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Poco importava, anzi non importava nulla, se la potenzialità economica del paese non rispondesse più, stremata a cagione di sistemi agricoli primitivi, non buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura, di viabilità, di assistenza alla terra. Tutto dovea trarsi dalla città, e dove la terra non potesse, dovea trarsi dai cittadini[153].

Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale esso avea molta parte di responsabilità, il Governo di Napoli incaricava la Giunta del Presidente (Asmundo Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo Senato, della Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico pecuniario Banco ed in qual tempo contratti ed altresì le rendite annue che dalli stessi si possiedono». Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente e i mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire. Le risposte furon tre, distinte tra loro. Lasciamone due, che qui non c'interessano. Quella sul patrimonio civico, con cifre eloquenti facea vedere che il Comune introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867, 2, 4, con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.

Tra le cose più strane a danno dell'erario, una era enorme: le spese ed i salarî per l'amministrazione [pg!102] delle vettovaglie, che dovevano gravare sulla vendita di queste, gravavano invece sul bilancio della città.

Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi alimentari il Senato vendeva al di sotto del prezzo di compra e, che è peggio, non poteva gravare sui singoli generi le spese che per ciascuno di essi sopportava. I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti, le strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85, la mancanza di varî cespiti, le passate perdite per le provviste, erano ragioni più che forti per spiegare la sempre crescente passività.

Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste governative su centinaia di comuni del Regno, ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni, ad onesti e a disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori indebitamente concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso a lenti d'immensurabile ingrandimento. Ma la vita amministrativa dei tempi passati non andava immune da simili sconcezze. Nella Riforma, che compendia codesta vita nel penultimo decennio del settecento, quanti indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze a danno del pubblico erario! Per interi decennî (dal 1778 al 1788 e poi al 1791!) non si riscotevano censi per concessioni di terreni comunali[154]. Abolito lo sparo delle artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della [pg!103] polvere occorrente continuava a figurare nelle spese; scomparsa l'Armeria pretoria, se ne portava il carico di onze 1898 sull'esausto bilancio, come pur si faceva di artiglieri e bombardieri per cannoni e bombarde che più non si sparavano; e si vantava un credito di 24,660 onze, non saputo riscuotere, sopra partitarii, o impresarî, o appaltatori!

Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza e di lutto, solite di attribuirsi al Pretore, ai Senatori, agli ufficiali nobili per la venuta d'un nuovo Vicerè e per morti illustri, continuava a pagarsene indebitamente il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî, riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi, transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione della Giunta del Presidente e del Consultore.

«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare i mezzi meno pesanti al pubblico, onde equilibrare il disordinato urbano patrimonio e lasciargli un annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio si formi un esatto ed attento bilancio degli introiti ed esiti di quell'anno, e tutto il più che avanza doversi girare ad un conto a parte del Banco, sotto titolo di Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del Senato»; e sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi arditamente proposti.

Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via sulla quale si tribolava.

«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza invidiabile la Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno le compre prudenziali delli tre primarj e necessarj generi di grano, latticini ed olio, di cui non può [pg!104] il Senato in verun conto starne senza totalmente, per occorrere al sovvenimento di questa popolazione quando vi fosse mancanza, nulla ostante la libertà a chiunque di poter vendere a consonanza degl'inculcati ordini della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni tempo valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze della città. Il fornimento delle varie colonne è provista fissa». «La nuova libertà di vendere varî generi di annona» non può sottrarre il Senato al dovere delle solite provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi trafficanti e per non restare mancante un genere tanto sperimentato, necessario e desiderato». Condizione indispensabile; le centomila onze della consumata Colonna frumentaria devono rifornirsi![155].