Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva essere, perchè il riconoscimento dell'errore e quindi il passaggio dal male al bene non poteva affacciarsi alla mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza pubblica quando il sistema economico dominante persisteva. Si cercava il bene degli amministrati col male che involontariamente loro si faceva: male che non di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare dei generi chiusi nei magazzini del Comune!
I suggerimenti della R. Giunta portano la data del 1786; due anni dopo erano voleri sovrani; tre anni appresso (1791) pigliavan carattere di Riforma[156].
Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo, il disavanzo cresceva, non per incuria di ufficiali, non [pg!105] per disonestà di Senatori, ma pei principî dei tempi e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni fin qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito all'applicazione della Riforma. Nè essa è unica o sola, nè altre precedenti erano state più fortunate. A che valse infatti quella del 1739? a che, l'ultima del 1776?
L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze del Comune: anno di carestia e di fame, in cui il sistema della Colonna frumentaria, delle provvigioni vittuarie, delle vendite pretoriane trascinava a nuovi disastri finanziarî, che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796), sia per le truppe richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo e per l'affluenza dei forestieri, specialmente de' Napoletani, a Palermo (1799)[157].
Dettando l'opera tuttora, inedita sull'Origine e giurisdizione dell'ecc.mo Senato, il Teixejra, più volte citato, usciva dall'abituale suo riserbo nel giudicare i sovrani provvedimenti relativi all'azienda comunale. «La libertà di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel paese: nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto poco utile; la povera gente gravissimo danno; povertà e libertà son due date eterogenee ed opposte così che vanno sempre in collisione; avvegnachè la introdotta libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno i poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa provvigione di grani per provvedere nei casi fortuiti il popol tutto, il quale non può restar soddisfatto del pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la [pg!106] quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo voluttuoso pane non potrà trovarsi in tutti i tempi con la uguale abbondanza, perchè nei tempi di penuria mancar sogliono queste braccia dirette soltanto dal privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco in tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno con tale minorativa che uguaglia la mancanza[158]. La libertà di panizzare (aggiungo) ha portato anche questo: che quasi tutte le comunità religiose vendono pane pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni in canone ridotte»[159].
Queste osservazioni hanno valore quasi officiale. Il Teixejra scriveva per incarico e con la compiacenza del Senato, il quale premiavalo di un lavoro, che era la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione di libera vendita decretata dal Re senza il pieno consenso del Senato? La sua dissertazione quindi rispecchia le opinioni del consesso civico: ed è tutto dire. [pg!107]
[Capitolo VI.]
LE MAESTRANZE.
Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo della loro potenza negli scomposti tumulti del 1773. Senza una rivoluzione nelle forme classiche delle rivoluzioni siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare per sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi ad imbarcare per Napoli. Le Maestranze lo scossero dalle fondamenta solide di 12 anni, lo mandaron via e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita dalla folla schiamazzante[160].
Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi di cinta, dei cannoni di difesa, della sicurezza notturna della città e, armate di tutto punto quali guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto [pg!108] le ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia che il Governo riponeva in loro.