Erano esse una istituzione con organamento politico, economico, possibile solo nel tempo della loro prosperità, e ne era forza il principio religioso. Base fondamentale il monopolio dell'arte, limite alla produzione di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza. Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio sulle persone e sul lavoro, ed il riconoscimento di essi da parte del Senato in Palermo come in Messina, e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle corporazioni personalità giuridica.

Fu tempo che alle Maestranze principali se ne aggregavano delle mezzane ed anche delle infime, le quali, in mancanza di personalità propria, si acconciavano a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non che, questa specie di giurisdizione, nascente da inferiorità di forze economiche e morali, agitava il loro spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro imposta o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da qui risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali ad artisti privilegiati e ricchi di privative vedevansi mescolati «artigiani ed operai di mezzana sfera, ed intrusa gente inferiore, e presto la più servile»[161].

I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti: e forti erano gli ascritti alle arti maggiori ed i vocali, cioè gli aventi diritto al voto (voce). Giacchè come non a tutti era consentito di presentarsi a lavorare senza [pg!109] essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era il più alto grado della scala della maestranza, ed a questo non si giungeva se non dopo alcuni anni di lavorantado.

Il lavorante in una bottega era pagato a tanto il giorno o a tanto per opera; ma il maestro non poteva associarselo al lavoro, perchè il lavorante non avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di rappresentanza officiale, non era consentito aprire bottega, nè gestire, altro che temporaneamente, quella degli altri. Il suo lavorantado durava tre o più anni, fino a tanto che nella maestranza non vi fosse un posto per lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute o uomini patentati. Allora egli, munito degli attestati del suo tirocinio, presentavasi al Console per far gli esami tecnici di abilitazione al maestrato, pronto, non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le tasse al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla cappella: tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili dai 10 tarì pei muratori (a. 1487), alle 6 onze pei forgiatori (a. 1772). L'esame versava sopra l'arte del candidato, con una o più opere. Il giudizio non era privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.

Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta la meta delle sue aspirazioni. Non più asservimento a maestri, solo dipendenza dal Console, dignità alla quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di aprir bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare (prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le sue gioie e i suoi dolori condivisi da tutta la corporazione, [pg!110] sicurezza di soccorso in caso di malattia, di assistenza alla famiglia in caso di morte, di conforto di legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva bene i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza, senza i quali maestro onorato non vi poteva essere; e si sarebbe guardato dal tenere più di due garzoni da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni, dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola a vendere per le strade, dal violare un solo articolo dei Capitoli, dal disubbidire al Console, e, in generale, dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e il decoro della corporazione.

Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche cozzavano giurisdizioni e privilegi del tutto medievali: dal privilegio di foro per sè al privilegio pei figli e pei generi, il che oggi si direbbe ingiustizia sociale. Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno di libertà ripugna, il garzonato.

Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva per alcuni anni obbligarsi (e l'obbligazione era legale) a star sotto il tale o tal altro maestro, avente bottega ed officina. Questi s'impegnava ad istruirlo in casa propria.

Condizioni così semplici sono veramente patriarcali; ma esse sembrano fatte a posta per nascondere stato e condizioni di cose insopportabili. L'alunno accolto in bottega ed ospitato in casa facea parte della famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come picciotto, al quale non era fatica nè basso servizio che non si comandasse; e dove egli, per negligenza o per ottusità di mente, mancasse, guai per lui! Poichè, [pg!111] come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente in assai maggior numero) crudeli. Costoro, abusando di un contratto imposto dal bisogno del momento e dalla prospettiva dell'avvenire, sfruttavano i poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con maniere disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia. Le carte del tempo conservano ricordi di discepoli, i quali, stanchi dei maltrattamenti ricevuti, si richiamavano all'autorità per essere sciolti dall'obbligazione e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse sovente l'animo del maestro, una certa qual gelosia di mestiere, una preoccupazione che il giovanetto d'oggi potesse domani diventare un emulo forte.

Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior prosperità delle corporazioni ci soccorrono qui di luce chiarissima sulle relazioni tra le varie maestranze. Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può affermarsi con ragione, che queste relazioni non fossero sempre plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero trovare nella condotta degli allievi di esse. Di tanto in tanto costoro venivano a zuffe; dispetti lungamente sopiti erompevano in violenti attacchi, nei quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie. Fuori le porte della città, in campo aperto, con bandiere spiegate, in giorni precedentemente stabiliti, la ragazzaglia di alcuni mestieri e particolarmente delle due parti, degli argentieri e dei conciatori, facevano ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa e di difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci e di feriti d'ambe le parti. Come più tardi, e come [pg!112] forse prima, alla vittoria seguivano urli di canti di gioia dei vincitori contro i perditori sgominati, e rappresaglie che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di future vendette.

Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata a tempo, impedì danni non lievi alla città ed ai privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere, il Senato stettero un momento in grande ansia; ma se ne rifecero a misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi della fallita zuffa, li gratificarono di un cavallo per uno con venti sferzate, regalate loro da un commissario invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere: quantunque si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori all'esilio, ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla catena pei lavori forzati[162].