La maggiore delle feste religiose nelle quale il duplice carattere delle Maestranze dava pubblica e solenne mostra di sè, era quella dell'Assunta a Mezz'Agosto. Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco, antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta mostra conducendo ciascuna il proprio ciliu, cereo, da offrire alla Vergine. Un ruolo annuale a stampa, qualche giorno prima della festa, indiceva l'ordine da tenersi nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine, dovrebbe indagare le origini delle singole Maestranze, la loro natura, le loro vicende, il dividersi, il fondersi, il trasformarsi loro, i privilegi e gli abusi che ne accompagnavano l'esistenza.
Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza delle condizioni economiche e sociali del paese, pagine della storia del diritto, fatti ed aneddoti che lumeggiano il carattere del popolo siciliano.
Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi delle arti, e cercò una buona occasione per romperne la compagine.
La occasione venne propizia. Nella processione dei cerei il 15 Agosto 1782, a cagione d'una lite insorta tra due maestranze, un maestro dei gallinai venne ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione dello spadino per gli artigiani e la graduale soppressione ora di uno, ora di un altro collegio di arti e mestieri. Primo a fare scomparire fu quello dei macinatori; [pg!117] secondo, quello dei Lombardi che venivano in Palermo a vender grasce; terzo, quello dei bordonari; poi quello dei cocchieri[165], contro i quali più tardi, pur restituendo qualche collegio annullato, il Governo fu sempre inesorabile.
Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le soppressioni continuavano ancora. La malevolenza di lui, echeggiando in Napoli, proseguiva nel suo successore; tuttavia non così sorda da non sentire le voci di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere al rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove riforme pigliavan pretesto ad agitarsi, non per tenerezza delle vecchie corporazioni artigiane, divenute oramai troppo prepotenti e, secondo le idee del tempo, insopportabili, ma per naturale avversione alle idee innovatrici del Caracciolo.
Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59, divise in due categorie, l'una di quindici per la vendita dei comestibili, dipendente dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli, tavernieri, pasticcieri, macellai ecc.); l'altra di quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano sostituiti con altri compilati dalla Giunta; abolito il privilegio del foro, formato per un cumulo di tacite acquiescenze e costituente un tribunale speciale dentro un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario, competente a giudicare i maestri; bandite le privative; non più consentite le tasse di entrata. [pg!118]
Colpo più grave le Maestranze non potevano avere, sì che ne rimasero scompigliate e stordite. Ma le idee liberiste cominciavano a farsi strada in Italia, e, pel Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le Maestranze avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto il peso di quel privilegio col quale e pel quale si erano mantenute. Chi consideri bene la lor vita sociale, economica e industriale, rivelata dalle carte che ce ne rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente róse, ed il male incurabile che era venuto minandone la esistenza, un dì rigogliosa e fiorente. Oppresse da debiti per ispese che non avean compenso nelle entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse obbligatorie, le quali, per quanto ingiuste, eran necessarie alla giornaliera funzione del magistrato, si dibattevano tra le strette del volere e del non potere. Le liti, cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel lavoro di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto di energia, escluso quello solo della giurisdizione, che i Consoli eran gelosi di esercitare sulle tre classi della corporazione: liti di gente contro gente, di associazione contro associazione, per lesione di privilegi e per non retta interpretazione di Capitoli.
Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per negata reintegrazione in diritti perduti, o infirmati per mancata osservanza dei Capitoli. Comunissime le richieste di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione a cariche ufficiali, non altrimenti permessa dai Capitoli medesimi. [pg!119]
Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era sempre da tutti riconosciuta e dai Vicerè riconfermata, e nel cui palazzo questi Capitoli venivano conservati, se ne occupava come delle faccende più importanti per la cosa pubblica[166].
Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri) litigarono per emanciparsi da un consolato, quello dei muratori, al quale non avean diritto di salire. Emancipazione simile, battagliando, conseguivano gl'intagliatori e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si stancavano dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse, certi diritti di preferenza, loro contrastati. Dimentichi di una legge perpetua che li accomunava all'unico consolato dei paratori di chiesa, i fiorai ricusavano di prender parte secondaria ad un istituto del quale non potevano rappresentare la funzione principale e propria[167]. I pescatori, non potendo più andare d'accordo nella stessa loro corporazione, si scindevano per rioni della Kalsa, di S. Pietro, del Borgo (mand. Tribunali, Castellammare, Molo) e, sotto le bandiere dei loro santi e patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di lor natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse officiali le ire esplodevano per malintese e mal sopportate precedenze nel ruolo.