Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla scorta dei documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi in futili pretesti pel conseguimento d'una rappresentanza purchessia, o per l'impedimento di un consolato [pg!120] a quello tra essi che credevano non meritarlo. Nel vanto del loro forte passato s'affannavano a cercar vigore alla debolezza del presente: e si confortavano nel titolo di milizie reali, dato loro da Carlo III[168], rimpiangendo l'abrogazione del diploma di Filippo III, che concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un condannato a morte[169].

Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal Caracciolo e la fine del secolo passò meno turbinoso di quel che si potesse al primo istante prevedere.

Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze pensarono seriamente a rialzarsi. Prive in parte di armi materiali e morali, non tutte avevano espedienti a resistere. Le loro sessantamila braccia di ieri, le cento e più mila dei giorni migliori della loro vita non si moveranno più a difesa della città, non potranno più agitarsi nella rivendicazione di diritti proibitivi[170], nella restrizione di esercizî, nella osservanza di monopoli, nella imposizione di contribuzioni obbligatorie di feste e di cerei[171]; ma non rimarranno inerti. Se non altro [pg!121] pel loro numero, una grande energia è ancora in esse. Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro azione non cessa di svolgersi sotto l'alto patrocinio e la autorevole vigilanza del Senato, il quale continua a tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non lascia di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova patente il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto delle Maestranze fu chiesto come suffragio del popolo[172]. Dove non possano e non vogliano ricomporsi nella soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di ordinarsi: e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie ad azioni, proprio nel medesimo anno (1794), in cui altra maestranza assume parvenze di confraternita (S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto la quale viene senz'altro riconosciuta.

Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo (26 Dic. 1798), «non armate, colle coccarde chermisi al cappello e coi loro ufficiali indossanti le uniformi turchine e rosse», insieme con la guardia dei miliziotti della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda e nella via Toledo[173]; ed il Re ne resta grandemente compiaciuto.

Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze rientrano nelle grazie del Governo, che nel 1812, per suo tornaconto, le ripristina quali erano state prima del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche, [pg!122] non compresa neanche da coloro che più erano interessati a prolungarne la esistenza.

Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella rivoluzione del 1820, con velleità di ordine, ma con atti torbidi e minacciosi.

Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce di decrepitezza.

Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco I le faceva scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni non rimaneva altro che il nome![174].

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[Capitolo VII.]