CARTELLI E PASQUINATE.
L'antico costume di affidare ad una statua, ad un qualunque monumento le voci di indignazione di una classe della società, del popolo o di alcune persone di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea del Palermo, in quella di bronzo di Carlo V alla Piazza Vigliena, o in altro dei luoghi più frequentati della città.
Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta mancanza di libertà di parola e della insormontabile difficoltà di dire il fatto proprio rivelando cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti e degli amministratori.
Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo di esso, chi avrebbe osato parlare a viso aperto? Chi rinfacciare al Governo centrale o locale la riprovevole condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia alla Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata nelle intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti indipendenti tra noi, era solo pubblicamente censurata nei libri d'oltremonte. Coloro che aveano visitata l'Isola, tornando alle loro case, la rivelavano nelle relazioni [pg!124] stampate dei loro viaggi. I Briefe del D.r Bartels sono in questo genere la più severa condanna della Corte di Napoli e della Corte di Palermo[175].
Le statue pertanto e le mura dicevano quello che gli uomini non potevano o non osavano.
Di statue di Palermo ve n'erano (e qui possiamo dire anche: ve ne sono) parecchie: una, p. e., dentro l'atrio del Palazzo pretorio, una nella piazzetta del Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro somiglianti per la magrezza del re coronato che si lascia tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente, e per la posa solenne e maestosa nella quale il re se ne sta seduto.
Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita dai Palermitani: ai suoi piedi i popolani del quartiere si raccoglievano chiacchierando; e dal suo collo pendevano di tanto in tanto cartelli di collera, di protesta, di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute ripetere senza supplizî o bastonate.
E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua della vasca che lo attornia, rimaneva impassibile a tutte le berline alle quali lo esponevano i suoi presunti capricciosi sudditi, senza uno scatto di risentimento per le scenate che gli si facevano rappresentare. Se dopo i tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773) appariva in giamberga, parrucca, nicchio e spada al fianco, egli riaffermava la sua sovranità; se al feroce strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo [pg!125] quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva piangere col suo popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e principali rei; e se gli si imbrattavano di pane e pasta volto e vestiti, ben a ragione avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta sassaiuola di fichi lo prendeva di mira, avea tutta la ragione di riconoscersi coperto di tanta ignominia per la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani eran caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine del Senato.
La segaligna statua di Carlo V nella Piazza Bologni, rispettata sempre nei furori delle sommosse, non era risparmiata quando il malumore serpeggiava nella cittadinanza, e quando una voce voleva farsi giungere a' capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo come il vecchio Palermo e come l'aquila audace del Comune, la quale al domani d'una sanguinosa esecuzione di giustizia compariva spennacchiata e grama nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.
E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava di salire verso il Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia di Svizzeri a guardia, non della città, ma del Vicerè.