L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero indispensabile questa tra le meno pericolose e tra le più efficaci manifestazioni di malcontento e di rabbia.

Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla parsimonia dello scrivere, potremmo prenderla molto larga in quest'argomento. Potremmo, p. e., ricordare una certa elezione di giudici capitaniali in persona di Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino, [pg!126] elezione che fece nascere il calembour, sanguinoso per le allusioni menelaiche al primo ed al terzo e per le birresche al secondo, che avea il nome (Castelli) comune con quello del carcere dei nobili e dei civili (Castello a mare):

Mircatu di carni grassa di Crastu (Lo Castro) pasqualinu, pasciutu cu li malvuzzi di Castell'a mari.

Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna Grifeo, a Pretore, per la quale alla porta del Palazzo di città si trovarono attaccate quattro P.P.P.P., iniziali delle parole: Poviru, Palermu, Preturi, Partanna, allusive al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.

Potremmo anche ridere alla vecchia giamberga attaccata ai rastrelli della nuova pescheria da un cenciaiuolo, unico, solitario compagno di un portatore di roba di Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè Caracciolo sorse la infelice idea di un pubblico mercato in quel luogo, triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole per il sole di estate e le piogge d'inverno, e quindi rimasto deserto[176].

Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro periodo, ed a noi non preme raccoglierli.

Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di giorno in giorno; i granai comunali si vengono esaurendo; la città, come tutta l'Italia, è minacciata di carestia, la quale, non ostante che lungamente e ripetutamente [pg!127] prevista, giunge con tutta la crudezza e la desolazione del suo treno.

Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non occorre. L'Autorità senatoria viene accusata del danno; essa che, secondo le solite voci, non previde, essa che non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora, giocò con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca di Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di tutta la cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio, arricchitosi col denaro della città, e frattanto consigliere di pazienza e di attesa!... Ma la pazienza ha un limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò si mettono a gridare per le strade:

Cu la fidi e la spiranza

Un guastidduni 'un jinchi panza[177]:

Preturi Cannizzaru

Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.

Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il boia se ne diverte con una buona fioccata di nerbate per uno.