E seguiva la risposta:
Addiu nassa, canigghia e puddicini!
Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!
dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i Francesi, le galline i Napoletani, la massa la cricca [pg!130] governativa, la canigghia, crusca, la mangiatoia dello Stato, alla quale (per conservare l'allegoria) si direbbe che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli aderenti divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza de' cartellanti siciliani di fronte alle conseguenze delle minacce francesi.
Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una vittoria in uno scontro coi Francesi, ma i Napoletani pei Palermitani son tutti giacobini, compreso lo stesso loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale il Re dev'essersi caldamente raccomandato. Quattro cattivi versi corsero in proposito:
T'haju fattu la varva, o San Ginnaru,
Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru,
Tradituri, putruni e da quagghiaru;
Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru![181].
La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.
Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose pubbliche era, come abbiamo affermato innanzi, antico, molto antico, e per quanto si fosse fatto a sopprimerlo, sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre che il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare. Il Governo sapevalo bene; e quando vi scorgeva una minaccia all'ordine pubblico ed un'offesa alla sua dignità, si sfogava in bandi e comandamenti severi, ripetizioni di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del Settembre [pg!131] 1773 sopra cennata, per la rivolta contro il Fogliani, l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno, ordinava che «nessuna persona di qualunque ceto e condizione nelle private conversazioni in casa, nelle piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare i fatti avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti, satire, leggende».
Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo il Caracciolo, preso di mira specialmente dalle classi nobile e civile. Egli non sapeva darsi pace pensando che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo su lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle famiglie, vietava «a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in prose, nè in figure esprimenti il carattere, nè in satire, nè in pasquinj, nè in qualunque altra guisa», e prometteva premî da trecento onze a chi siffatti delitti segretamente denunziasse[182].
Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato bersaglio di frizzi e barzellette, tanto che avea dovuto mandare in carcere i nobili Vincenzo di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava alle trecent'onze e non faceva la spia a nessuno. In tempi più civili questo silenzio sarebbe stato chiamato omertà e mafia! [pg!132]
Le satire, le pasquinate continuarono senza posa fino al giorno della partenza del bollente Vicerè (Gennaio 1786), in cui gliene vennero messe sotto il muso non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.