Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo deve pertanto parlarsi in Sicilia (e non può non parlarsene poichè vi fecero qualche apparizione), bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e, come per analogia, sul clero secolare e regolare.

È curioso che per tutto un secolo non si preparasse movimento rivoluzionario in Sicilia senza che qualche prete o frate se ne credesse parte attiva, vera o presunta che essa fosse. La fine del settecento, il 1820, il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello scorcio del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i Giacobini (14 Marzo 1795), i sacerdoti la passavano tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato l'arciprete di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi l'abate Cancilla, professore di algebra e di geometria all'Accademia degli Studî, ed uno dei due sacerdoti bibliotecarî della Libreria del Senato; ora trascinati al Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati Conventuali e frati Minori.

Le indicazioni di persone sospette venivano da Napoli; da Napoli gli ordini di cattura. Sovente i sospetti eran così deboli che il darvi retta riducevasi ad una puerilità crudele.

Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta od anche per insipienza mandava una carta, una semplice carta, con l'indirizzo: Al cittadino N. N., a Troina: e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente investiti, catturati e condotti come Giacobini a Palermo. Cinquantadue tra nobili, civili, frati, monaci, additati come pericolosi dal Governo centrale, erano chiamati e sgridati acremente solo perchè sparlavano del Governo [pg!137] locale: come se questo dimostrasse addirittura una intesa coi rivoluzionarî. Non era persona pacifica che potesse sottrarsi ai sospetti, non persona sospetta che non fosse vittima di vessazioni persistenti.

La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva con tutti gli espedienti dei quali il Governo era maestro. Non si doveva attendere che i libri uscissero dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore aveva l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno appena giunti e depositati in dogana; e poichè alla merce egli solo non bastava più, attivi cooperatori gli si associavano in una Commissione di revisione, che era insieme di vigilanza, di censura preventiva e soppressiva[185].

Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre stupefacente. Siamo sempre all'antica paura governativa di tutto ciò che potesse scuotere l'ordinamento dello Stato; e quando non s'informava al principio politico, si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo dubbio che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento che dovea impedirne la entrata in commercio. Non si parlava più della Philosophie de l'histoire, de La chandelle d'Aras, dell'Examen important par Mylord Bolingbroke, del Catéchisme de l'honnête homme e del Dialogue de qui doute ecc.; non si parlava dei Derniers mots d'Epictète à son fils e del Mémoire sur les libertés de l'église gallicane, pubblicazioni tutte bandite già fin dal 1769[186]; non si parlava neppure dei libri di Rousseau, [pg!138] di Voltaire, di Diderot, di Volney, di Elvezio, stati inappellabilmente proscritti; ma delle Novelle del Casti, dall'Adone di G. B. Marino, del Pastor fido del Guarini, del Decamerone del Boccaccio e dell'Elegantia latini sermonis[187].

E se questi libri si trovassero già per caso in città?...

Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la quale, non sapendo trovar modo di liberarsene, ordinava a tutti i librai fissi e girovaghi la presentazione del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità in chi lo emanava o provocava; mirando esso per tal modo a scovare libri proibiti, come se i librai fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità possessori con la certezza di esser buttati in fondo a un carcere. Pure venne scrupolosamente eseguita; nè c'era da discutere trattandosi d'un ordine del Presidente (il Presidente era per antonomasia il cav. G. B. Asmundo Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura degli spacci ai ritardatarî.

E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa, il Presidente vi aggiungeva la Scienza della Legislazione del Filangeri e l'Orlando furioso dell'Ariosto[188]; mentre Ferdinando in persona si riserbava l'autorizzazione delle scuole private, ed anche concedendola, vi vietava l'insegnamento delle scienze[189].

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