Dalle semplici catture si passava alle espulsioni ed ai confini. Alcuni catturati in Palermo venivano imbarcati per Napoli; altri catturati in Napoli imbarcati subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe di Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri, dei secondi. L'uno, bollato come degenere dalla sua casta, veniva mandato a disposizione del Governo centrale; l'altro, in un monastero di nobili, alieni da relazioni con Giacobini, a S. Martino[190], dove più tardi i Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi, doni preziosi e poesie riboccanti di fedeltà per essi, di orrore pei loro nemici di Terraferma.

Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea funeraria il giovane giureconsulto F. P. Di Blasi coi suoi compagni, e la continuavano D. Pietro Lesa, tenente della truppa, il segretario di Jauch ed altri non pochi.

Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso nella Reggia di Napoli dapprima, in quella di Palermo dappoi, e rincorreva e perseguitava Ferdinando e, innanzi che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez, sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.

Quali fossero da questo punto di vista le condizioni della Capitale ce lo dice il Villabianca in una pagina del suo Diario; e noi, anche con la certezza di tornare su quello che abbiam detto, la trascriviamo come informe ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre vi mettevan piede i sovrani.

«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo [pg!140] e nella Sicilia tutta, non sono nè i nobili, nè i popolani, ma sono le persone che non ànno da perdere, birbi ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete. L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi e mettere tutto a soqquadro, perchè coi spogli degli assassinati si provvedessero nei lor bisogni.

«Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di gente? Dànno a sentire a' plebei popolani e persone minute come li Giacobini e traditori del Re sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come tali esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà al Re prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse l'esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il popolo, da una mano fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor rapine.

«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti ed innocenti quasi tutti, si persuadono di tai consigli, e ne ànno cominciato l'opera; per disgrazia incendia città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij e furti sebbene di poca leva.

«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato di essere Giacobini, e nè pure le maestranze e popolani, anche di buon senno; ma soltanto quelli vili uomini scellerati e vagabondi.

«E questo quindi è il fermento che sta bollendo a' tempi nostri nelle popolazioni e luoghi della Sicilia. La cosa intanto è seria e pericolosa. Il Governo ora [pg!141] pensa al riparo di un luogo, ora pensa all'altro. Si trova in una continua agitazione»[191].

Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco, popolare contro i novatori e contro i Francesi, dei quali facevasi tutt'uno coi detestati Giacobini, facile è presumere quale dovesse esser la poesia politica che lo ritraeva.