L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo con quello dei poeti dotti. Dalle strade e dalle piazze passava nelle chiese. In tutti gli abecedarî del tempo è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli portanti nella prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri in cera di Maria Assunta. Quivi i Francesi vanno [pg!146] di conserva coi Turchi nello attentare alla religione cristiana:
Li Turchi e li Francisi
Nni vonnu arruinari:
A Maria âmu à chiamari;
Idda nn'ajutirà.
E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca, con questo principio:
Ò milli setticentu
Ottantanovi orrennu,
Annata mmaliditta
Di (da) chiddu Diu tremennu!
Tu la porta grapisti
Di danni e di ruina,
Pri tia muntau 'n triunfu
La Setta Giacubina.
Sunnu li Giacubini
Chi portanu sta pesta:
Triunfa lu Diavulu
E si cci fa la festa.
E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro un'aria italiana, giunta del Continente:
A sti 'nfami Giacubini
Cchiù la terra 'un li ricivi;
Cala forti la lavina
E a mari li purtirà!
A sti 'nfami Giacubini
Pezzi pezzi li farannu,
E li donni e picciriddi
La simenza si pirdirà.
A sti 'nfami Giacubini
Li viju afflitti e scunsulati
[pg!147]
'Ntra lu 'nfernu straziati
Di lu Cifaru di ddà[197].
E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in tutti i siti lunghe storie leggendarie della rivoluzione di Francia, nelle quali la tetraggine delle scene parigine acuiva nel popolo l'orrore alla nazione avversa, ed il nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici dell'ordine sociale[198].
Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo di Ferdinando III e Carolina a Palermo. Non più i Giacobini, ma i Napolitani repubblicaneggianti eran l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però era sempre presa di mira, la prima, la più evidente, essa che con i suoi eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con la sua moda si era riversata sull'Italia e sul Regno di Napoli, beato, secondo i pacifici gaudenti, sotto l'egida dei Borboni. La libertà in nome della quale a squarciagola si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento. Chi cerca in essa la sicurezza dello Stato, chi in essa vuol trovare la felicità, è un illuso; il quale non tarderà a vedere che cosa costi l'aver abbandonato il migliore dei re pel peggiore dei popoli.
Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle poesie stampate e delle poesie scritte d'allora: e molte devono essere state, se ancora tante oggidì ne avanzano. Appena poi la prima notizia della reazione trionfante in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava [pg!148] il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare il rigore delle leggi contro di essi.
Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane d'una afosa giornata del Luglio 1799, una comitiva di cantanti recavasi a felicitare i sovrani della recente loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata non son perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta prosodia, benchè potesse comporli meno servili: