Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano per Barcellona o per altri porti della penisola iberica; sotto il borbonico, per Napoli; rari quelli per approdi più lontani, salvo che non si fosse marinai di mestiere.

Un pacchetto (packet-boat), spesso regio, teneva il [pg!151] traffico tra l'Isola ed il Continente. Il legno partiva ogni dieci, quindici giorni: e la partenza, non meno che l'arrivo, era cosa albo signanda lapillo. Bisognerebbe leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò che rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio nel Mediterraneo[201].

Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva da corriera tra le due capitali, o portava lettere di privati e carte del Governo. Più tardi, il regio pacchetto Tartaro, comandato dal cap. D. Filippo Cianchi, e dipoi dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni, e vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva il medesimo servizio, condiviso poi dal Leone, dall'Aurora e dal brik inglese The Progress. Il passeggiere aveva un camerino, una cuccetta e vitto, e pagava ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo (pari a L. 113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche meno, fino a tre ducati, o un'onza; ma doveva rassegnarsi a diventare una merce, non diciamo da stiva, ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.

Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio, il bastimento dava il segno della partenza col solito tiro di leva[202], colpo di cannoncino: e tutti sapevano che un legno lasciava il porto. Una canzonetta del tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla [pg!152] sua bella nelle serenate estive, così frequenti allora, avea questi versi da colascione:

Ahimè! salpâr' già l'ancora

I legni alla Marina!

Già l'ora si avvicina,

Nice, del mio partir.

Senti il cannone, ascoltalo,

Che di partir m'invita;

Addio, mia cara vita,

Addio, mio caro ben![203].

E noi daremo al legno che parte il buon viaggio: augurio del quale esso ha gran bisogno.

I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei, ove le loro galeotte, equipaggiate da uomini rotti ad ogni pericolo e delitto e armati di coltellacci, jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette, fiocine, viveano di catture gavazzando nel sangue dei morti e dei feriti e nelle lacrime dei catturati.

Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano, era alla sua volta munito di cannoni e di moschettoni carichi sempre a palla, pronti a far fuoco al primo appressarsi di galeotte sospette. Il timore era incessante in tutta la navigazione; marinai stavan sempre alle vedette, quale sul castello di prua, quale sulla carrozza della camera, e quale sulla coffa dell'albero maestro: e non sì tosto scoprivano un punto nero, una vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini, [pg!153] chi col suo enorme schioppettone a pietra focaia in braccia, chi con le accette in mano ad impedire l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.

I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi, misurando le proprie forze con quelle probabili del legno che incontravano, non viravan di bordo fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi, fulminei; feroci gli assalti: e se una parte soccombeva, l'altra restava mal viva.

Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate, e a brevi distanze custodite da torri di guardie, le quali di notte corrispondevano con fani, fuochi e segni di vigilanza alimentati da torrari. La torre più vicina a Palermo era quella dell'Acqua de' Corsari, contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco di Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle di Bagheria, avea nel mezzo una torre con ponti levatoi a guisa di fortezza per resistere alle incursioni[204].