Un canto popolare, nato probabilmente tra noi, e certo diffuso in tutta Italia, accusa l'imminente arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi sul tugurio d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto, portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati d'Algeri. Quel canto è un grido di guerra:

All'armi, all'armi, la campana sona,

Li Turchi sunnu junti a la Marina!

E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi, precipitati colpi chiama all'armi: e le donne de' [pg!154] minacciati villaggi fuggono atterrite: e gli uomini corrono a difendere contro i cani infedeli le loro case, i lor figli, i loro santi.

Palermo avea bene i suoi «soldati di marina», che ne custodivano le spiagge dal Pellegrino allo Scoglio di Mustazzola ed anche a Bagheria; ma che potevano essi fare, questi soldati, impotenti come erano a resistere ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi fino al tiro della Lanterna del Molo?

I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese della galeotta del Principe di Furnari contro i Turchi, eran sempre vivi; ma vivi eran del pari quelli delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino, trapanese pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno dei Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai voti del Parlamento del 1778 concesse a ciascuno dei suoi vassalli dell'Isola di armare legni contro i pirati[205], non ebbe modo d'impedire che due figli del Marchese Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico come guardie del corpo, cadessero nei lacci degli astuti Algerini, a poche miglia da Majorca.

Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi andavano assoggettati erano commoventi. «Spogliati e lasciati in camicia e con un bastone sugli occhi», essi venivano trascinati schiavi al bagno; poco e muffito pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti i ceppi ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan vele dalle galere, se le caricavano sulle spalle, le rappezzavano, [pg!155] attendendo a non men bassi servizi. E frattanto, quanti loro compagni di sorte non gemevano in tormenti!...

Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto essere la principale difesa della città, non era nè la principale nè l'ultima. Quando la sera del 17 Maggio 1779 giungeva la fregata francese Attalanta e faceva il consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo, due lunghe ore ci vollero perchè si caricassero i cannoni sugli affusti[206].

Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse. Alla più lieve occasione, alla visita di pirati i marinai, i passeggieri, dissennati dalla paura, prendevano il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19 Aprile del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario del Presidente del Regno, emanava una circolare a stampa per dire che «le perdite considerevoli dei bastimenti mercantili che cadono in preda dei corsari barbareschi» derivano da questo: «che facendo la maggior parte de' bastimenti nazionali la lor navigazione nel Mediterraneo radendo terra, all'apparire un corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza fare la minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento e corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari abbandoni, nell'atto che privano i proprietarj de' loro bastimenti e delle merci di cui sono carichi, aumentano le forze del nemico, che, con il considerevole guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta vie più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno [pg!156] crescere il numero dei corsari». E finiva raccomandando che non potendosi resistere, pur salvandosi l'equipaggio, si colasse a fondo o si bruciasse il legno che non si potesse altrimenti salvare.

Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio, ad istigazione di un lupo di mare come il Maresciallo e Comandante della R. Marina Forteguerri, mostra la supina incoscienza dello stato vero delle cose. La pirateria era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti in Napoli, i pirati algerini facevano causa comune coi corsari francesi (1794). Qualche legno inglese andava in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in viaggio eran minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla mercè dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio 1797) una nave inglese voleva dar la caccia ad una nave spagnuola; non potendo riuscirvi, volge la prua verso un veliero palermitano carico di mercanzie e, incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza contrasto, imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo del Molo e ruba a man salva quanti più legni può, nel porto, proprio dentro il porto, «divenuto (dice indignato un ottimo prete d'allora) asilo di ladri, ossia, per servirci delle stesse parole [dei cittadini], portella di mare»[207].

Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini, Tripoletani nelle nostre spiagge son presto spiegate, e si comprende perchè i torrari non rispondano più come una volta al loro ufficio, ed il Senato si rassegni [pg!157] in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista della polvere nelle torri[208], ed i cannoni vengano inchiodati, e la gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga. Così ancora si spiega la famosa cattura del Principe di Paternò; la quale per la maniera onde fu perpetrata ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una breve notizia, questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi a scorrere con noi questo episodio della nostra vita passata.