In cosiffatte delizie, il viaggiatore tribolava da due a quattro giorni per la traversata da Napoli a Palermo, che oggi lamentiamo di dover compiere in sole dieci, undici ore[216]. E non mettiamo in conto il fatto ordinario della bonaccia, che immobilizzava il legno, lo scirocco contrario alla rotta per Palermo, e i temporali, ai quali si scampava come per miracolo.
Ma finalmente il legno giungeva in porto; e allora nuove tribolazioni attendevano l'arrivato: la contumacia. E come sottrarvisi se regnavano ora le febbri petecchiali in Napoli; ora le febbri maligne in Civitavecchia, ora il vajuolo nero in Livorno; e qua e là il sospetto di pestilenza?!
La contumacia si scontava al Lazzaretto pel viaggiatore: sulla nave per l'equipaggio, ed anche per esso e pel viaggiatore. Come si passassero i sette, i quattordici giorni di attesa all'Acquasanta, dove è adesso la Regìa de' Tabacchi, segregati, quasi carcerati in una nuda cameretta, immagini chi può; mentre il legno, non ammesso a libera pratica, ancorato in rada e sotto vigilanza facile ad eludersi, caricava in quarantena e ripartiva pel Continente.
E quando i lunghi giorni della espiazione della pena contumaciale eran trascorsi, allora quante formalità a compiere per la libera pratica! [pg!164]
[Capitolo X.]
COME SI VIAGGIAVA PER TERRA.
Se questo era il viaggio per mare, immaginiamo quale fosse quello per terra.
Un antico detto siciliano raccomandava ai viandanti la recita di una certa preghiera al loro santo protettore:
Si vô' junciri sanu,
Nun ti scurdari lu patrinnostru a Sanciulianu.
S. Giulianu l'Ospitaliero custodiva i viaggiatori: ed il paternostro, comune anche fuori Sicilia, ha questa strofe: