Necessario, ad ogni buon fine, che il viaggiatore provvedesse alla propria sicurezza: al che riusciva prezioso l'accompagnamento dei campieri, dei quali si chiedeva, come oggi si fa dei carabinieri, il numero occorrente. «I Siciliani», scriveva il Barone di Riedesel in Girgenti, «non farebbero sei miglia di cammino senza averne uno almeno.... Il costume e l'abitudine che hanno di viaggiare, li rende così timidi, che fa loro riguardare come indispensabile siffatta scorta»[223].

Ma il Riedesel, potrebbe osservarsi, è già un po' antico, e le sue notizie sono stantie: nientemeno del 1771! E va bene: sentiamo allora un altro viaggiatore più recente.

Purtroppo, le cose non mutano d'una linea.

L'autore italiano delle Lettres sur la Sicile osservava che «andando per l'Isola i signori son circondati dai loro vassalli, armati da capo a piedi e con buone cavalcature. I borghesi hanno sempre qualcuno che li segue a piedi, e portano a cavallo il fucile di traverso. I forestieri son provvisti di cavalieri assoldati dal Governo»[224].

I campieri, che diremo governativi, andavan divisi in tre compagnie in ragione dei tre valli.

Nel 1770 si facevano ammontare a 120; nel 1791, a 200 circa[225]. Si dice che fossero dei ladri matricolati, [pg!168] i quali però si facevan mallevadori delle persone che prendevan sotto la loro custodia. Si dice che fossero schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servivasi per tenere a freno coloro che avessero la intenzione di disturbare i viandanti. Si dice.... si dicon tante cose, che codesti campieri, a traverso le lenti paurose dei viaggiatori d'oltralpe, son divenuti tanti orchi maravigliosamente terribili. La verità poi è questa: che, traendo o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano quella che si dice sicurezza pubblica, e consegnavano incolume al posto, a cui s'indirizzava, il passeggiero senza che gli fosse torto un capello, anzi, senza che nessuno osasse guardarlo in faccia. Avevano bensì certe loro teorie intorno a quello che si chiama punto d'onore, ma rispettavano e si facevan rispettare.

I signori ne tenevano anche per proprio conto e servizio personale, nè più nè meno di quel che facciano ai dì nostri, nei quali i campieri vestono divisa con distintivi speciali e con l'arme della casa a cui appartengono.

Limitato il genere dei veicoli: la lettiga e la mula. Il cavallo di S. Francesco, sovente preferito da chi non sapesse rassegnarsi ad una disagiata cavalcatura. Per certi posti era possibile il carretto, ed anche qualche carrozza o biroccio.

La lettiga era padronale e da nolo: l'una, come vedremo per la portantina, finemente dipinta, miniata, ornata all'esterno, rivestita all'interno di velluto, di raso, di broccato; l'altra, quale poteva fornirla un Mariano Campanella qualunque, che viveva di [pg!169] quell'industria[226]. Ma, bella o brutta, era sempre lettiga: e le due persone vi sedevan dentro vis-à-vis (donde il nome che sovente pigliava la lettiga), sospese in alto, sorrette da due lunghi timoni appoggiati alle due mule, l'una avanti, l'altra dietro, che col tardo andare imprimevano ai timoni medesimi, per la loro elasticità, un movimento di saliscendi che faceva dar di stomaco. Paolo Balsamo, recandosi in questa maniera da Palermo alla Contea di Modica, s'indispettiva pensando che a questo mondo vi fossero persone le quali tenessero la lettiga «un migliore eccitante per il ventricolo che quello della carrozza»[227]. Ombre venerate dei medici d'allora, il Cielo non vi ascriva a peccato l'errore onde macchiaste la vostra coscienza di sacerdoti d'Esculapio! Il vostro errore trova appena riscontro in quello dei medici di sessant'anni fa, quando a centinaia dei nostri borghesi ed impiegati, tutti affetti da ostruzione di fegato, consigliavasi di fare un po' di equitazione; sì che ogni mattina, di primavera o di autunno, frotte di uomini di età avanzata su pazienti asinelli della Pantelleria si vedevano a trottare verso le falde del Monte Pellegrino, o verso la Rocca di Monreale, o verso Boccadifalco: spettacoli non sai se più comici o pietosi!

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