La lettiga aveva due uomini di accompagnamento: uno a lato dei viaggiatori, inteso a guidare ed aizzare gli animali; uno a cavallo, dietro la lettiga. Viottole ripide e scoscese per creste di monti, fiumi gonfi per recenti piogge, greti infocati dal sole, mettevano paura ai viandanti più arditi; ma la pratica degli animali e quella vigile ed esperta dei guidatori scansavan pericoli e danni. «Io mi meravigliava», scriveva il Rezzonico a proposito della sua gita da Palermo a Segesta, «come potessero i muli ora inerpicarsi all'erta di que' dirupi sassosi, ora passare fil filo d'uno in altro solco sulla margine d'un viottolo che qual tenue cornice scorreva intorno all'inclinato piano d'un colle; e più volte per l'orrore dell'imminente pericolo rivolgeva gli occhi altrove, e morivano gli sguardi miei contro la schiena ardua del monte, che quasi quasi poteva toccare distendendo la mano. Altre volte scendeva in una cupa ed oscura voragine anzichè strada, e la lettica sugli omeri de' muli rimbalzando per la scossa mi faceva temer vicina una gravissima caduta. Ma veggendo che mai non ismucciava il piede a' solerti animali, e più di loro fidandomi ormai, che de' condottieri vociferanti con noioso metro, mi lasciava trasportare nella mobile carcere per que' luoghi e sentieri sol culti dalle bestie, e valicava intrepido valli e monti».
E ricordandosi pure di altra gita da Aci a Giarre sotto un violento acquazzone, nel suo abituale stile ricercato raccontava:
«Cessata alquanto l'acqua, da cui mi fu preciso l'entrare in Jaci, ripresi il cammino e fui per pentirmene amaramente; imperocchè sorvenne la pioggia più [pg!171] di prima abbondante e dirotta; gonfiaronsi i torrentelli e fiumiciattoli che scendono dai vicini monti, e l'acqua inoltre raccogliendosi in varj canali, strariparono siffattamente che la valle, per cui vi andammo, divenne una terribile e larghissima fiumana. Il suolo tutto sassoso e declive rompeva l'acque, e feale rimbombare con grande strepito, e i muli attoniti a tal vista e impauriti da sì grande frastuono e flagellati sul dorso da' violenti scrosci, non volevano più gire oltre. Il mulattiere a piedi non poteva punzecchiarli, giacchè doveva per forza allontanarsi dalla lettica, e cercare saltellando di sasso in sasso un luogo per porre i piedi; cosicchè, privo omai di consiglio, l'istesso caporedine non sapeva come superare sì vasto pelago, e più volte io temei che smucciassero i piedi a' travagliati muli, e saltasser nel fiume. Da ogni banda accorrevano intanto nuovi flutti, e traevano seco de' grossi ciottoloni, che minacciavano di frangere la lettiga e di rompere gli stinchi dei miseri animali, che colle orecchie abbassate l'iniqua lor mente e l'estrema fatica appalesavan, rimprocciando tacitamente la temerità di loro guide coll'arrestarsi ad ogni due passi»[228].
Per buona ventura le cose non andavano sempre così, anzi ci andavan di rado: e solo chi cercavali, certi guai, li trovava.
Nelle condizioni ordinarie, i mulattieri, camminando a passo, fornivano quattro miglia l'ora e, tenuto conto della natura delle strade, che, in generale, erano una [pg!172] serie di rovine, di precipizî e di sentieri pieni di sassi, compivano viaggi straordinari.
Dai seguenti particolari il lettore può formarsi un'idea delle distanze e del tempo necessario a percorrerle. Li desumiamo da un viaggio affrettatamente fatto da Vaughan per andare a raggiungere il pacchetto da Messina a Catania, in un sereno mese di Ottobre, e poi nel centro della campagna di Girgenti. Da Messina a Fiumedinisi, partendo martedì sera su tre muli, si facevano 18 miglia in quattr'ore e mezzo; da Fiumedinisi a Caltagirone, dalle due di mattina del mercoledì alle sei di sera, 42 miglia; da Caltagirone, dalle tre del mattino del giovedì alle sei di sera, a Catania, 40 miglia; e poi a S. Maria, 12 miglia, partendo alle dieci; dopo un riposo di due ore, a Licata, 30 miglia senza fermate io non so quante altre ore. Cosicchè i muli della lettiga compirono un viaggio di quella fatta dalle tre del martedì mattina alle otto del venerdì[229].
I muli portavano attaccati dei fili di campanelli alle testiere e in giro sopra i selloni. Questo suono continuo, cadenzato, confuso con le voci monotone e le cantilene dei mulattieri accresceva il supplizio del viaggio[230]. Vogliamo sentirne una di siffatte cantilene? Ce [pg!173] la dice il Rezzonico, che la udì nelle sue escursioni per l'Isola: Au! cani, cani, Spaccafurnu, cani! (Spaccafurnu era una delle mule della sua lettiga comprate a Spaccaforno), e si compiaceva di avere scoperto che queste maniere d'incitare le mule lettighiere si chiudevano sempre in versi endecasillabi[231].
Dove va a ficcarsi la prosodia!
Solo di tanto in tanto, a prestabilite distanze di sei, otto miglia, il soffrire veniva interrotto dalle così dette catene, presso le quali la comitiva fermavasi; ma anch'esse erano nuove molestie agli stanchi molestati. La via, il sentiero trovavasi sbarrato da una catena di ferro, tesa di traverso per impedire il passaggio dei veicoli e degli animali da tiro, ai quali era fatto obbligo del pagamento d'un diritto di barriera. Moltissimi comuni aveano facoltà di metterne: e non pochi dei nostri coetanei ricorderanno i fastidî che s'incontravano nel passaggio di Villabate, presso il fondaco della Milicia, presso Trabia prima di giungere a Termini, e al ponte di Boarra, poco oltre Monreale. Non si pagava molto in vero: due grana (cent. 4) per un animale da sella o da basto; uno per un asino; quattro per un carretto; sei per una lettiga con passeggieri, quattro se vuota[232]; speserelle che gravavano sulla spesa maggiore concordata col lettighiere, il quale doveva [pg!174] perciò pagarla di suo, ma, al contrario, molte volte, fingendo di mancare di moneta spicciola, non pagava, chiedendola per la urgenza al suo passeggiere, che, pur sicuro di non più riaverla, si affrettava a metter fuori, impaziente di giungere dov'era indirizzato.
E meno male che un decreto del Caracciolo avea fatto cessare il grave abuso di certi birboni di riscuotere dai viandanti in alcune strade del Regno una specie di taglia sotto il pretesto di sicurezza di esse! Altrimenti, chi sa dove si sarebbe arrivati! Quel provvido decreto assimilò per la pena l'abuso al furto di passo, cioè di campagna[233].