Ma anche nelle case religiose, quanti disagi prima di essere ricevuti! [pg!177]
«A Terranova, il posto più vicino a Malta (racconta quest'ultimo), dovemmo stare dai Francescani; a Taormina, dove è il più splendido teatro antico ed uno dei più bei panorami, ai Cappuccini. Quivi fui messo insieme con un ricco americano lasciandosi il nostro discreto seguito a bussare per oltre mezz'ora senza aprirglisi; tanto che dovette andare da un calzolaio, nella seconda ordinaria locanda di quella città, dove pure la bella Principessa di Belmonte, figlia del Marchese Verac, poco tempo innanzi avea passata la notte, non osando recarsi, per ragione della clausura, al Convento. Così dovette pure rassegnarsi a fare Mylord Wicombe, figlio di Lord Landsdowne, col quale un anno prima (1796) io era stato a Segesta, desinando ora in una cucina, ed ora in una stalla»[237].
Del difetto di locande facevano ripetuti lamenti i viaggiatori, senza che nessuno sapesse o volesse darsene conto. «Il paese non ha locande!» dicevasi; e non si considerava che la Sicilia non sempre nè per molti era centro d'affari, e che per venirci occorreva una gran forza d'abnegazione, una ferma volontà e quattrini da spendere.
Pochi quindi ci venivano, e non tali che ad una industria sicuramente lucrosa incoraggiassero i paesani, pei quali, peraltro, in ragione della indole e delle abitudini, il tornaconto della impresa industriale, manifatturiera, commerciale che si tenti, dev'esser certo, largo ed immediato.
Solo un accorto tedesco, nel secolo XIX, capì la [pg!178] cosa e con molto senso pratico osservò: «Quello che gli Inglesi chiamano comforts, si cercherebbe invano in Sicilia.... È invece da maravigliare che non si stia peggio. Se non vi sono alberghi, gli è che non vi sono viaggiatori: e chi viaggia non cerca albergo, e va a casa sua o a casa d'amici. Il popolo basso non viaggia punto.... Come possono le osterie esser bene assestate, se esse vengono visitate di rado da viaggiatori, almeno da Siciliani? Quando un Siciliano di conto si mette in viaggio, porta con sè quasi tutto l'occorrente; un corriere lo precede per mettere in assetto il quartiere da notte nel vuoto palazzo d'un ricco amico; il signore viene trasportato, in lettiga chiusa, da agili muli a grandi giornate, e trova tutti pronti al suo arrivo. Le persone del ceto medio hanno come da noi [tedeschi] raccomandazioni presso i loro conoscenti nei paesi vicini; la classe infima non viaggia quasi punto, o dorme di convento in convento. Aggiungi un'altra circostanza: i paesi importanti sono nelle coste, dove si può andare in barca, e dove i disagi son sempre minori di quelli per terra. Nel nostro lungo viaggio a traverso l'Isola, il quale da Palermo a Messina non è stato meno di 150 miglia e mezzo tedesche, noi abbiamo potuto incontrare forse tre o quattro lettighe, solo con alti dignitarî ecclesiastici in giro per le loro diocesi»[238].
E questo, nientemeno, nel 1822, dopo trenta anni che il Rezzonico avea scritto: «Manca in una sì chiara città una buona locanda, perchè mancano i forestieri: e così per tutta la Sicilia fino a Siracusa»[239].
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In Palermo però, anche ab antico, le cose andavano diversamente[240]. Paesani e forestieri che potessero spendere, vi trovavano un albergo superiore ad altri (così almeno dice Hager) del Continente, e nel quale si poteva stare con una certa comodità: era quello di una signora provenzale, presso Porta Felice, dirimpetto alla Casa dei Teatini, ora Archivio di Stato. Quivi per mezzo secolo, dalla metà del settecento, presero alloggio non solo i principali benestanti dell'Isola che non avessero parenti od amici dove albergare in Palermo, ma anche gli stranieri più illustri. Conosciuto per un breve ricordo del Villabianca[241], esso accolse, tra gli altri, Brydone nel 1770, Sonnini nel 1777, de Saint-Non nel 1782. Ora una lapide murata sul portone, ricorda che
GIOVANNI VOLFANGO GOETHE
DURANTE IL SUO SOGGIORNO A PALERMO