Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in Palermo la seggetta, si maravigliava che l'uso la estendesse al trasporto dei morti non meno che dei vivi. Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi, nulla gli era parso di scorgere. Un aneddoto in proposito fa parte di altro capitolo di questo libro[254], e spiega perchè il colto orientalista non volle mai entrare, finchè [pg!193] stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno mettervi piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre[255].

E pensare che in questo arnese, proprio in questo medesimo arnese, il Venerdì Santo, i cappellani delle parrocchie si facevano condurre alla Cattedrale a prendere l'olio santo per la Estrema Unzione da somministrare ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo, che parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa del 1777 per rispetto all'altro, pietoso, di non andare in carrozza per la città nel giorno commemorativo della Passione di G. Cristo[256].

Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra padronali e da nolo costituiva due classi diverse di seggettieri; quelli da nolo facevan parte da sè; si associavano nella devozione dei loro santi protettori Euno e Giuliano, componendo la confraternita di S. Uniu, e abitavano vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò ed al Capo[257]. La vecchia e non più ribattezzata «Via delle sedie volanti», che si apre di fronte alla chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro veicoli.

Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti [pg!194] a qualunque strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla nuca, le estremità della cinghia e le mani alle aste, si addossavano il gran carico, ansando e sudando come.... bestie. Da ciò il loro soprannome di mastru o vastasu di cinga (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello semplicissimo di cinga, è giunto fino a noi, in un traslato di dispregio di uomo che faccia e goda di fare atti incivili e bassi della peggiore specie.

D'altra condotta e foggia i portantini padronali. Come parte del servitorame d'una nobile casa vegetavano nelle anticamere, e conoscevano a menadito tutte le forme della buona creanza e del bon ton. Ad un cenno di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la Marchesa, e quando occorresse, di sua Eccellenza il Principe, o il Duca, o il Marchese, erano in completo assetto di livrea, parrucca, nicchio gallonato; assetto oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il servizio, cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate, nè cinghie vellutate, come le catene d'oro non renderebbero meno penosi i dolori della schiavitù.

Di sera, quando portavano a veglie ed a festini la dama, si aggiungeva loro un numero di sei, otto paggi, che reggevano torce accese, le quali essi, appena arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.

Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi dentro per affari costava. Un viaggio, o per dir meglio, una corsa pel Cassaro o per la Strada Nuova pagavasi due, tre tarì; poco o molto di più fuori città: spesa non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano, è vero, i carrozzini; ma in paragone delle molte e molte [pg!195] sedie volanti, e del gran numero di carrozze signorili, potevano dirsi pochissimi, o bisognava contentarsi di quelli del noto Vituzzu.

In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno, accorto commerciante, concepisce un'idea ardita per allora, ma pratica; quella di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a disposizione del pubblico; pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu una gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore, e dal prezzo veramente medio del tarì o tariclu prese a chiamarle tarioli.

Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare l'antica delle portantine, e dal primo apparire dei tarioli i lettighieri se ne risentirono. Si principiò col sorriso del giocatore che perde; seguì la derisione dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi veicoli, a pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i battibecchi, le zuffe, a sedar le quali occorse l'intervento della Polizia. I tarioli si moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto le torve occhiate dei portantini della vicina posta, se ne contarono fino a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque, e due anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna ordinanza del Capitan Giustiziere, portavano già segnato in cassetta il numero progressivo del ruolo[258]. Oltre i fiacres ordinarî, erano nel medesimo Piano calessini [pg!196] a due ruote, coi quali, come a Napoli, si poteva andare in mezzo alla più fitta popolazione[259].

L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così comune che forse più non si sarebbe potuto, date le condizioni topografiche della città ed i bisogni degli uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo. Il Giornale di Commercio ed il Giornale di Sicilia ne annunziavano sempre qualcuno in partenza per Partinico, indicando posti vuoti per passeggieri che volessero profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per proprio conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano. Quest'ultimo nome è giunto fino a noi come ditta di carrozze corriere per l'Isola, e specialmente di carrozze per la città, ed è finito in quell'azzimato nanerottolo che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva portare) da chi potesse aver la tentazione di ridergli in faccia al solo vederlo.