Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le offerte giornaliere erano di carrozzini, di calessi come di «vis-à-vis con aste di ferro», di berlingotti, di «carrozzini di gala» e di «carrettelle per campagna, che si chiudono intieramente»[260].

Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione dell'indole palermitana molto proclive alla vanità ed alle apparenze, e risponde alla condizione delle cose del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò che facevano gli altri, nel campo suggestivo della moda. La [pg!197] passione per le carrozze, quasi innata in molti Siciliani, avea modo di affermarsi specialmente nella Nobiltà; in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in qualsivoglia persona che avesse da poter comprare, o presumesse mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine abbondano di notizie su questo argomento, avvalorate dalle relazioni dei viaggiatori. Due di questi, senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo (1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture». Uno, l'abate de Saint Non, notava esser «così proprio dei Palermitani il gusto di farsi portare, che la carrozza era diventata oggetto di prima necessità in un clima costantemente bello; godimento per godimento, spesso ottenuto con sacrificio delle cose più utili alla vita»[261].

Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova, nella seconda metà di Maggio diceva: «La sera, il gran numero di botteghe e di caffè illuminati, gli equipaggi che vi corrono rischiarati da torce, la poveraglia che vi preme, nella principale e più larga di queste strade (intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al fracasso della Via St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno soltanto in carrozza; per una persona agiata non sarebbe niente decente fare uso delle proprie gambe. Le vetture sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene di veramente buone per sette, otto franchi al giorno»[262].

La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva buone gambe, nel tempo che la città chiusa non girava più di quattro miglia, e tutti gli affari si potevano sbrigare [pg!198] nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata da Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da de Borch; ma, per quello che diremo, è vera, verissima.

Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca, sotto la data del 1782, scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento delle carrozze è un lusso de' nobili, credendo il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che ha carrozza e non va a piedi come le persone minute». Ecco adunque la vettura segno manifesto di ricchezza. «Cangiano i tempi (continua il sincero, ma aristocratico diarista), e sempre più invade la moda corrente di tener carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del carattere di sua persona, se non vogliam dire per una forza di frenesia che ha invaso le persone degl'ignobili e molto più coloro che per la ristrettezza degli averi non potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò de Saint-Non su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle cose più utili!...]; il che può bene compararsi all'antica moda, che è oggi in disuso, di mantener schiavi in servizio di lor casa»[263].

I dati statistici confermano questa notizia.

Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo, ed i ministri regi del Sacro Consiglio, i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto le verghe della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le carrozze non erano più di 72. Un secolo e trentacinque anni dopo, nel 1782, erano più che decuplicate: 784! [pg!199] senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari, dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri veicoli del genere.

Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato dagli stranieri.

Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel suo movimento vertiginoso, se gravi inconvenienti non lo avessero accompagnato nelle solite vie maggiori. Cocchieri padronali che voglion sopraffare cocchieri da nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono ai loro cocchieri che soverchino il pubblico dei pedoni e passino primi ed oltre, quali che i pedoni siano; carrozze e portantine che si fermano a tutto comodo ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle file prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio ed arrestando il passaggio, non pur loro, ma anche di quanti debbono o vogliono andare a piedi: ecco quello che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice 'mbrogghiu di carrozzi (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) trae appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni, nè minacce, nè punizioni, nè multe riuscivano ad infrenare[264].

Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare [pg!200] certe vie della città, battute di continuo da veicoli e da uomini, il Vicerè Caracciolo.