Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti, e si sperava non se ne sarebbe più parlato; ma essa venne inasprita con la inclusione di altri veicoli non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente gradazione di imposta: carrozze padronali, onze tre; birocci, timonelle, ossia tarioli, canestri a due cavalli senza cocchiere, padronali o di affitto, due; carriaggi ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da città e da fuori, onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza una[266].

Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco tra' civili e tra' plebei, e nessuno potè negare che l'esempio del Caracciolo era stato fatale anche alla povera gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare giorno e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento, e di questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione per le strade. Quello poi che toccava il colmo [pg!203] era la gravezza sulle seggette, per le quali incominciava già la crisi della concorrenza dei tarioli, e la fatica era, più che da uomini, da bestie.

La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono, e l'ottocento, sotto questo punto di vista, ereditò dal settecento un introito sicuro di quasi tremila onze all'anno.

Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno del 1801, sorprende la differenza tra alcuni di essi. Quello di Siralcadi (Monte di Pietà) era 559 onze; quello della Loggia (Castellammare), 645,15; l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.

Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel quartiere dei pescatori della Kalsa? È chiaro: dal maggior numero di signori che vi abitavano. [pg!204]

[Capitolo XIII.]

ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE DEI CAMPAGNUOLI.

Una barbara parola recente, assenteismo, risponde alla inveterata abitudine di certi signori, di stare lontani dalle terre o dalle tenute di loro proprietà.

Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e quasi comune. Vuoi per naturale ignavia, vuoi per carezzevole inclinazione alle beatitudini dei grandi centri, vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi abbandonavano a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano anche per altra ragione, o per altra serie di ragioni. Villani poveri, spesso impossibilitati a pagare, anticipazioni che occorreva far loro, lamenti sull'anno cattivo, sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni devastatrici, sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per proprio conto fondi, nei quali increscevole tornava loro lo stare. I baroni riconobbero molto commodo essere in relazione con una sola persona che pagava puntualmente ed anche anticipatamente[267]; si separarono dalla [pg!205] terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo così una piaga già da lungo tempo aperta.

I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina o da altri paesi dell'Isola per via di terra a Palermo, ne rimanevano impressionati, e non potevano non prenderne nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i nostri baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in molle e dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto di quella loro terra che essi non visitarono mai»[268]. Il naturalista Stolberg, fermandosi un giorno (4 giugno 1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese di S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare con l'ospitale castaldo, potè per sicure informazioni scrivere che «questi palazzi non hanno mai visti i loro proprietari: e che vi son baroni, morti senza aver mai visitati i loro beni»[269].