A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo quando nel maggio del 1808, presso il Ponte di Vicari, si permetteva di raccomandare al Principe di Fitalia che con le sue splendide carrozze e livree trottasse di meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e che invece cavalcasse di più per le campagne[270]. Eppure il Fitalia era uomo molto serio!
Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle terre e su coloro stessi che dovevano attendervi. Un mediocre ma pomposo economista palermitano del tempo, dopo avere riconosciuto il principio che in un paese agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere [pg!206] popolate più che la città, lamentava la pratica siciliana del tutto contraria, cioè che non si pensasse a popolare la campagna, e che di tutte le popolazioni dedite all'agricoltura non si formasse una città sola. E, con vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva: «che in essa tutti i coltivatori che voltarono le spalle alle campagne si ammettono tra il numero di domestici; e per nostra maggiore vergogna si lasciano unire al folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano le spese, ed intanto! Ed intanto la nazione diviene sempre più miserabile»[271].
Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed uno tra i più temperati osservava: «Le abitazioni son troppo lontane dai fondi. Il contadino perde quattr'ore il giorno per andare e venire. Stanco di queste gite, ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo di diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere le abitazioni rurali. Qua e là i lavori mi son parsi solo per metà compiuti: nè io saprei dire se per difetto di braccia o per mancanza di danaro; il che però non si riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta dei frutti non si attende che maturino.
«Il contadino diviene proprietario con un censo ch'egli paga al suo padrone. A questo censo, molto acconcio a moltiplicare i coloni ed a migliorare il suolo, bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie praticabili, in guisa da rendere agevole ed a buon patto la [pg!207] circolazione delle derrate e soprattutto del grano, il cui trasporto vien compiuto a schiena di mulo, e perciò con difficoltà, lentezza e spesa»[272].
Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non hanno riserbo. Münter, andando da Palermo ad Alcamo, rilevava, cosa notata dianzi, che la strada buona non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione ed il traffico tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed in certi punti, quando la neve cade in abbondanza, tagliati. Invece di strade, oltre quel paese, non sono altro che sentieri, su dei quali appena due cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera contrada è molto montuosa e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a trenta miglia circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta non sarebbe più di diciotto»[273].
Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel 1785, penserà che, a buoni conti, qualcosa di meglio possa essere stato più tardi. Ma non è così. Sul finire del secolo, un altro economista palermitano non sapeva acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un distretto dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese di trasporto, consumarsi nel distretto medesimo; «donde l'abbondanza disgustosa, al tempo stesso che un altro distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad un mediocre prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al [pg!208] trasporto verso le città e i luoghi marittimi. Le spese sarebbero state minori «non solo a riguardo di un minore tempo da impiegarvi, ma a risguardo pure che ai cavalli ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i grani e le derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre solite frodi dei vetturali»[274].
Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce dalla coltivazione della terra, resa, per difetto di animali, insufficiente.
La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro ha bisogno di bovi. Ora i bovi, quando i baroni tenevano per conto proprio i loro feudi, producevano. Da un certo tempo una pessima pratica era venuta consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì da due illustri signori palermitani. Le campagne rimasero prive o scarse di bestiame: e quando la crisi non potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato doversi rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia rustica di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno di far maggesi, di abilitare gl'inquilini, avrebbe riprodotto il bestiame grosso, ed i baroni si sarebbero rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece l'abbandono della cultura dei propri feudi, la perdita dei capitali dalla campagna estratti; onde la decadenza dell'agricoltura, la povertà dei bracciali, uomini addetti alla cultura della terra! Tutto, nel modo che vedremo nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il lavoratore, [pg!209] che si conduceva conformemente a ciò che vedeva praticare e che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva sempre nella ignoranza dei migliori metodi di coltivazione[275]. La terra produceva solo quello di che la forza della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre, limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che l'opera di viete e dannose pratiche.
Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura in Sicilia dalla povertà dei contadini, dalla falsa loro credenza che il lor mestiere fosse il più vile, dalla condotta dei proprietarî che davano le loro terre in estaglio, o in amministrazione, a persone che scrupolosamente ripetevano quel che avevan visto fare ai loro nonni, dal difetto di cognizioni agrarie, comuni fuori Sicilia[276]; proponeva quindi un «Teatro agrario, o un Educandario», in cui potesse la gioventù istruirsi nell'agricoltura[277].
Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche dal Re, al quale veniva manifestato, doveva più tardi [pg!210] con altezza d'intendimenti patriottici esser tradotto in pratica dal Principe di Castelnuovo; concetto ragionevole, giacchè molti dei proprietari di grandi territorî non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel che occorresse per migliorare i campi senza perder di vista la classe minuta che vi sudava.