Quanti han vissuto la vita della seconda metà dell'ottocento e respirano le prime aure del novecento credono coscienza nuova, e però affermazione suggerita dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste condizione[278]. Scendendo a particolari, essi guardano con singolare interesse quelli tra gli umili che intristiscono nelle asprezze dei campi.

Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione ricordiamo anche noi, che prima assai di essi e di noi (che con premuroso affetto seguiamo le sorti dei diseredati dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità di giornali, ma con idee che potrebbero dirsi moderne e sono antiche quanto il Vangelo, perorava la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio Pepi e l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed il forte Sergio; ma costoro non son soli, nè, forse tutti, i più energici per quanto autorevoli. Altro uomo, illustre nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia [pg!211] altro contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali d'oggi egli precorse con un contributo di osservazioni maturate nel silenzio delle pareti domestiche e nel raccoglimento dello spirito stanco delle brutture della società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse l'amara realtà dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno che argomento di sue cure speciali egli facesse le condizioni miserrime degli uomini addetti all'agricoltura ed alla pastorizia[279].

Ora tra le verità da lui formulate è questa: che la gente civile era così affascinata dal guasto del tempo che non s'accorgeva di essere ingiusta verso i suoi benefattori. Questi benefattori, diceva, sono i bifolchi, sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è loro concesso un boccone, perchè tutto devono vendere alla Capitale.

Nel poema D. Chisciotte e Sancio Panza questa verità egli, temendo che per la sua crudezza potesse destare l'indignazione dei maggiorenti, la mise in bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:

Vui autri picurara e viddaneddi,

Chi stati notti e jornu sutta un vàusu

O zappannu, o guardannu picureddi,

Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu,

Siti la basi di cità e casteddi,

Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu;

[pg!212]

L'ingrata Società scorcia e maltratta

Ddu pettu chi la nutri e unni addatta[280].

Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che sapevano comprenderlo, e rimpiangendo che la Sicilia non avesse arti, nè manifatture, nè commerci, riaffermava: tutto doversi ripetere dalla terra, che forma la base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata[281].

E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura e quindi della povera gente di campagna venivasi accennando e prometteva di fortificarsi per impulso specialmente di pochi intelligenti signori che vi pigliavan parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo, sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare agl'individui che la compongono i mezzi di sussistenza; questi non può procurarglieli, perchè siano reali ed effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è certamente precario»[282].

Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia deve ritenersi la maniera ond'erano tenute le terre comunali. Il diritto di pascolare e di legnare, indispensabile alla vita delle popolazioni rustiche, anteriore a re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto, impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura che in alcuni si faceva era sempre fittizia e poco o punto produttiva. I fondi del comune, sentenziava il [pg!213] Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano, si abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili e brulli. Le terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli, che le smungono a più non posso, poco o punto ottenendone, ritraggono dai giurati che li danno a fitto, ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente coltivazione. E del resto l'amministratore d'oggi potrà domani esser fittaiolo![283].

La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno e delle coste dell'Isola era penosa: e non si riesce a comprendere, esclamava maravigliato Hager, come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi antichi, il granaio d'Italia![284].

Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee speranze dell'affaticato contadino e, salendo per la scala agricola, del colono. Fissiamolo un poco questo fantasma, e riconosceremo in esso l'idra divoratrice della miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.