«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata co' proprj sudori; fatta la recollezione, un'indispensabile dovere l'obbliga ad esitarlo, e ciò per soddisfare i diritti di terraggio, semente, cultura ed altri; e non trovando così sollecito un compratore convien che ricorra ad un trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in ogni luogo: e da questo riceve il prezzo, non a seconda [pg!214] della giustizia, ma regolato dalla sola sete del guadagno. Ed ecco così, in pochissimo tempo, arrivare il frumento di proprietà di un numero strabocchevole di coloni al piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli, i quali, ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono dell'acquisto da' padroni assoluti, e non lo mettono in vendita se non a prezzi strabocchevoli»[285].
Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta più che un secolo addietro! Sunt lacrymae rerum!
Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva a tanto danno di uomini e di tempi; ma dal dì che venne istituito, esso non rispose mai adeguatamente a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4% agli appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di grani introdotti nel caricatore della città, del 6 a tutti i padroni esteri nei principali caricatori del Regno, consumavano il capitale. Questo, già scarso, era messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue derrate al Monte rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti: onde lo istituto venne a fallire e, presso al fallimento, impose agli esausti cittadini sacrificî superiori alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o di rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.
E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni, che, per non averne i disagi, abbandonavano le loro vaste tenute, vediamoli un poco nella Capitale.
La città offriva tutte le attrattive del tempo e della moda, circoli, compagnie, feste, giuochi, passatempi, [pg!215] ai quali non era facile rinunziare, anche perchè a molti gli espedienti per ben vivere stando alle sicure entrate annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare i loro bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto di famiglia. Il chiostro poi non c'era per nulla. [pg!216]
[Capitolo XIV.]
NOBILTÀ E GARA DI FASTO.
La conquista normanna diede origine ad una monarchia a base di feudalità e di privilegi, forza e vitalità di essa. Il feudo fu il substrato dell'edificio che dovea sorgere e sorse. Crebbero i feudatarî e i privilegiati, che costituirono una classe a sè con preminenze e diritti non comuni. Crebbero per la natura delle primitive concessioni, e si mantennero pel Diritto siculo, che il passaggio del titolo feudale consente in linea retta, senza distinzione di sesso, fino all'ultimo e più lontano gettone della famiglia e, in linea collaterale, sino al 6º grado; e chi n'era investito, poteva alla sua volta, in virtù del famoso quos volueris, se di tanto avea facoltà, concederlo, trasmetterlo a capriccio.
Nel giorno della sua incoronazione (2 febbr. 1286) Re Giacomo creò ben 400 militi; 300 e più ne creò dieci anni dopo, per la sua, Federico II l'Aragonese, innalzando a dignità di Conti un buon numero di Baroni[286].
Così nata l'alta classe, a poco a poco, col progredire [pg!217] dei secoli, col succedersi degli avvenimenti, con gli incessanti bisogni dei sovrani, diventava una legione con diritti e preminenze tutte proprie.