L'indirizzo impresso da Carlo III al Governo dell'Isola mirò anche a ritornare ad usi gli abusi dei feudatarî, e gli usi a ricondurre nei limiti compatibili coi tempi, assimilando alla feudalità di Napoli la feudalità di Sicilia. E certo, se a questo non riuscì, a quello accostossi con riforme sapienti, perchè non sempre fruttuose, vuoi per incertezze del suo successore, vuoi per malferma volontà de' ministri e vuoi per difficoltà di ordinamenti interni, non del tutto coerenti.

La fine del secolo XVIII offre la seguente statistica nobiliare: 142 Principi, 95 Duchi, 788 Marchesi, 59 Conti, e 1274 Baroni tra feudali e di franco allodio[287]. Costoro erano tutti in legittimo possesso dei loro titoli; però, oltre di essi, era un numero sterminato di persone con titoli abusivi, non suffragati neanche da parvenze di successioni e di antichità, di regolarità di concessione originaria o di legale passaggio; onde quel severo dispaccio, comunicato al Senato palermitano, col quale Ferdinando dichiarava per modo di regola (1799) che il conceder titoli od altra distinzione d'onore fosse unicamente e personalmente riservato alla sua Autorità[288].

Come in Palermo, così a Messina, in Catania, in Siracusa, questi titolati abitavano palazzi da gran signori; ma la loro signoria era esercitata nell'interno [pg!218] dell'Isola. Nella Capitale, tutte le forme esteriori di grandezza in equipaggi, livree, ricevimenti; lì gli avanzi del baronaggio e degli usi feudali nel pieno loro vigore.

Nei dialoghi del giornale Conversazione istruttiva del 1792, un filosofo, pregato da un cavaliere che gli trovi un maestro pei suoi figli, risponde che essi non istudieranno gran fatto. E che vorranno essi fare se, usciti di collegio o liberi della custodia dell'aio, senza la guida dei genitori, si troveranno slanciati nel gran mondo, vittime della loro o inesperienza o tendenza malsana, tra teatri e banchi da giuoco, tra sensali di cavalli e venditori di stoffe?[289].

Dai difetti biasimati da questo troppo catoniano filosofo defalchiamo il molto che deve attribuirsi alla umana natura; siamo anche indulgenti ripetendo dall'ambiente certe abitudini inveterate; questo è certo: che rimane sempre molto di deplorevole.

La gara del lusso impelagava in ispese che non trovavan compenso nelle entrate ordinarie e sicure. A molti patrimonî si dava fondo senza smettersi dallo spensierato ed improvvido sperpero, che a fatale rovina avea condotto famiglie per censo rinomate. Il regio Archivio di Stato in Palermo pullula di processi giudiziarî, che accusano vecchi spenderecci e giovani dissipatori, dal primo all'ultimo orgogliosi di un nome onorato che non seppero illustrare, e di un casato alla cui corona non curarono di aggiungere il verde d'una fogliolina. Accanto a patrizî venerandi e benemeriti, che la gloria più bella riponevano nel ben fare per la patria [pg!219] pel lustro edilizio, pel sollievo dei miseri, per le istituzioni di carità, erano scioperati, che a nulla di grande, a nulla di veramente utile volgevano l'animo. Rivaleggiando in occupazioni lontane dalla virtù, la nobiltà radiosa delle opere impiccinivano in manifestazioni, più che di volontà ferma, di velleità, senza un atto energico che rivelasse la coscienza sicura del movimento estero, inteso a trasformar tutto, mentre la inerzia locale tutto lasciava come cristallizzato.

Un patrizio dei più buoni d'allora, che del patriziato scrisse con dottrina di blasonista e con sincero entusiasmo e piena coscienza di celebrare una degna istituzione, il Villabianca, ebbe sempre parole roventi all'indirizzo dei malversatori delle proprie sostanze, e fremeva perchè molti del suo ceto non fecondassero gli esempî degli avi, e perchè nella pratica del bene restassero dietro a quelli del ceto medio, i quali egli dichiarava inferiori.

Sotto la data del 30 agosto 1793, prendendo nota dell'arresto di un allegro consuntore, faceva di costui uno dei tanti «seguaci della moda libertina lussuriosa», ed usciva in parole molto ma molto gravi. Inaugurandosi poi, in sostituzione dell'altra del 1676, la fontana della Piazza del Carmine alla Albergaria, e sostenendone le spese il Presidente di Giustizia altrove citato, G. B. Asmundo Paternò, non nobile di nascita ma nobile di azioni, il Marchese Villabianca riteneva vergognoso che non si emulasse la gloria di servire il paese in opere pubbliche, e che i magnati del sangue si lasciassero superare dai ministri di Legge. «Lo fa, diceva, il paglietta, perchè è virtuoso, e si nega il magnate, perchè [pg!220] è vizioso. A lui il vizio fura le ricchezze e lo fa vivere povero»[290].

Quasi contemporaneamente l'ab. de Saint-Non trovava «gran quantità di case nobili, ricche, fastose, belle donne e.... costumi da Sibariti»[291].

Questo, meno il poco detto dal de Mayer, è facile trovare nelle scritture del tempo; quello però che si legge a stampa, desta un gran senso di meraviglia.