Autori paesani e forestieri, ricercando la causa dell'ozio in Palermo, la trovavano là dove realmente era: nel pregiudizio che un signore che si rispettasse non dovesse in verun modo occuparsi di ciò che costituiva occupazione ordinaria degli altri. Il ceto basso tribolava nelle fatiche corporali; il medio sgobbava; ma il nobile non davasi punto da fare: non sapendo sobbarcarsi alla modesta vita dell'impiegato, del mercante, dell'architetto. Qualche eccezione era pel Foro; ma rara e da segnarsi a dito. Due sole vie perciò rimaneva a battere: quella della milizia e l'altra della Chiesa: e per esse si mettevano coloro che avevano la sventura di esser nati dopo il primogenito, il quale, pel fidecommesso, era il legittimo rappresentante della casa.
Questi cadetti pertanto entravano nei corpi distinti della milizia, dove per lento corso potevan giungere a qualche grado. La disciplina militare non era ostacolo alle inclinazioni succhiate col latte, mantenute dai costumi delle famiglie, determinate dalla vista di [pg!221] persone e di cose, che erano tentazioni continue[292]. Altri preferivano la vita ecclesiastica secolare e più frequentemente regolare. Per quanto si cercasse, non si trovavano conventi che loro convenissero. Nei conventi si raccoglievano soggetti di assai modesta condizione; raramente della media; rarissimamente, quasi mai, della superiore. Una volta, quando i Gesuiti erano nel loro splendore, sì che in Palermo contavano fino a sei case, non mancava tra essi l'elemento aristocratico: eletti ingegni, che gli accorti e severi Padri sapevano attirare alla Compagnia; ma dal 1767 i Gesuiti ramingavano fuori del Regno in attesa di tempi migliori. Non restavano se non le case dei Teatini, dei preti di S. Filippo Neri, ed i monasteri dei Benedettini. E qui eran ricevuti come a casa loro; giacchè tra i Teatini ed i Filippini si ostentava meno la grandezza dei natali e si curava più la educazione della gioventù: occupazione alla quale essi attendevano come per missione civile e religiosa; e tra i Benedettini, nella finezza della cocolla, nella sontuosità dell'abitazione, nella lautezza delle mense, nella copia [pg!222] dei mezzi di cultura, da pochi, per altro, messi a profitto, aveasi modo di sfoggiare la superiorità d'origine.
I monasteri di S. Martino delle Scale e di Monreale avevano il loro fratello maggiore in quello di S. Nicolò l'Arena in Catania. Le ricchezze sconfinate, provenienti da 72 feudi pel solo monastero di Monreale, potevano bene sopperire ai bisogni del gran numero di monaci, che vi conducevano vita di agi campestri, alternata con quella non meno agiata, ma più variata e mondana, di città. Qui altro monastero, quello di S. Spirito, nel quartiere del Capo (attuale Caserma dei Pompieri municipali), era la Gangia di S. Martino, tutta a loro disposizione quando l'aria dei monti non facesse per loro. Quei due monasteri eran sempre aperti a chi vi giungesse, ed ai refettorî di essi poteva, secondo il grado di civiltà, sedere chiunque, come alla sua foresteria quanti cercassero ospitalità temporanea, rimasta fino a noi tradizionalmente bella.
D'altro lato, alcuni dei primogeniti (non tutti, s'intende, giacchè c'erano anche qui eccezioni lodevolissime, che chiamavano la generale ammirazione su loro), schivi d'occupazioni fruttuose, sovente anneghittivano nell'ozio, e per conseguenza nei disagi della vita[293]. O non inchinevoli, o non adatti al maneggio degli affari, preferivano il dolce far nulla, come se la proposta di Galt di una Costituzione non li riguardasse punto, o come se sogno da menti inferme fosse la previsione che le loro fortune si sarebbero senz'altro aumentate [pg!223] quando per poco avessero voluto attendere al commercio ed alla mercatura[294].
Vedremo nei seguenti capitoli le ragioni che per molti di essi era causa di rovina; nel presente non saranno inopportuni pochi cenni, che particolarmente illustrano quella vita o, come oggi si direbbe, quell'ambiente.
Fu detto che essendo la principale Nobiltà della isola raccolta in Palermo, il lusso degli equipaggi fosse eccessivo: e che essendo scarso il numero dei forestieri, e tutte conoscendosi tra loro le persone del paese, questo lusso non fosse giustificato neanche da occasioni frequenti di mostrarsi in gala, di abbandonarsi a spese di whisky, di carrozze, di cavalli e di altri rovinosi passatempi[295].
L'osservazione non poteva essere più giusta, ma peggio seguita. Il lusso c'era; e sempre e quando occasioni nuove od eccezionali sorgevano, diventava più che pericoloso, specialmente se pei ricevimenti di persone straniere d'alta levatura si destasse una gara tra i riceventi. Questa gara giungeva anche al parossismo, e più si avviava alla sua fine e più accaloravasi in manifestazioni di opulenza che talora degeneravano in fittizie manifestazioni, ahi quanto laboriose! di ricchezza.
Il lettore ci segua un momento.
Pel primo parto di Maria Carolina (1772), il Vicerè Fogliani, nella villa Zati a Mezzo Monreale, invitava la Nobiltà ad un ballo, il popolo ad una cuccagna, tutti [pg!224] ad una fantastica illuminazione. I diaristi del tempo si diffondono nei particolari di quella festa, e ci fanno sapere che in limonate granite, sorbetti, pasticci, vini, rosolî e non so che altro, furono spese ben 700 onze. Poco dopo, il Pretore non volle esser da meno del Vicerè; ma la cassa del Comune era esausta, e non c'era dove metter le mani. Che importa! La festa dovea tenersi, e si tenne: ed il Palazzo Pretorio venne invaso da duemila persone in maschera, servite di rinfreschi, ghiacci, torte grasse, vini d'ogni sorta, ed alle ore otto della notte seguì una ben lauta cena, in ventitrè mense, protratta fino a giorno pieno. Quel giorno medesimo lo inasprimento della meta di alcuni commestibili[296] offriva ai malcontenti ragione di biasimo per la inconsulta spesa.
Ma v'era un'altra Autorità, che non poteva starsene inoperosa. Il Capitan Giustiziere, Principe di Partanna, invitava al suo palazzo del Piano della Marina quanto di eletto offrisse la città. Da lì assistevasi al giuoco dei tori sulla sottostante piazza: e tra gli ori e gli argenti, tra i luccicanti cristalli ed i ricchi doppieri, tra le superbe tappezzerie e le sfavillanti lumiere, altre duemila persone danzavano, giocavano, mangiavano, servite da ventisei paggi, diretti da non so quanti maestri di casa, con soldati svizzeri e alabardieri del Principe. A conti fatti, il Principe Girolamo Grifeo metteva fuori presso a 650 onze!