La morbosa emulazione non si arrestava a spese per nessun verso giustificabili. Il 15 dicembre del 1777 giungeva al Molo di Palermo il primogenito del Vicerè [pg!225] Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, con la novella sposa, Cecilia Ruffo, secondogenita del Duca della Bagnara; ed il padre bandiva, in onore degli sposi, tre ricevimenti della Nobiltà Palermitana nei prossimi giorni 20, 21 e 22; e tre feste da ballo nei dì 27 e 30, e 1º gennaio del nuovo anno. Alla vanità del parere ed alla spensieratezza dello spendere non poteva offrirsi stimolo migliore. Ed allora, che restava a fare all'Autorità cittadina, se non indire una festa nel pubblico Palazzo ed invitarvi gli sposi? E questo fece il Pretore, il quale, conoscendo le strettezze dell'erario, da quel patrizio disinteressato che era volle stavolta spender di suo.

Qui avrebbe dovuto finir tutto e lasciarsi in pace gli sposi; ma nossignore! Una seconda serata bandisce il Principe G. L. Moncada di Paternò. E vada anche questa! Tanto il Principe era Capitan Giustiziere, e non poteva sottrarsi ai doveri della carica; altronde non per nulla si è altolocati; e non per nulla si hanno palazzi e quattrini. E comincia una gara tra' signori per solennizzare il fausto evento di giovani che nessuno di essi conosce e che ne hanno avuto già troppo con i tre ricevimenti, le tre feste da ballo al Palazzo vicereale, e le due altre del Pretore e del Capitan Giustiziere. Il Principe di Partanna, che nel far onore ad ospiti vuol essere sempre primo, dà il segnale con una festa alla sua casa. Segue il Principe di Giarratana, Troiano Settimo; indi Antonio Statella, Marchese di Spaccaforno. Essendo stati pochi i convitati, se ne mormora come di mancanza di riguardo. Tommaso Celestre, non come Principe, ma come Marchese di [pg!226] S. Croce, vuol farsi apprezzare, e dirama larghi inviti; e perchè è uno degli ordinatori del prossimo costoso Carnevale, compie prodigi di magnificenza; imitato, non superato, dal Duca di Cefalà Niccolò Diana, vecchia conoscenza dei nostri lettori, e dal Principe e Duca d'Angiò Giovanni Gioeni.

La storia non è finita: a brevi intervalli, altre feste vengono date da Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, da Giovanni Oneto Duca di Sperlinga nella sua villa suburbana di Malaspina, e da Antonio Lucchesi Palli Principe di Campofranco, Capitano della real Guardia degli alabardieri, dentro il Palazzo del Vicerè.

E la gara continua, continua ancora nel palazzo del Conte d'Isnello Domenico Termine, nel Cassaro con altra festa, cominciata col passeggio delle carrozze di maschere e finita con balli mascherati; e si chiude nel piano dei Bologni, dentro il palazzo Villafranca ove dell'unico principato del Sacro Romano Impero in Sicilia meritamente si onora la famiglia Alliata.

Cuccagna come questa non s'era mai vista da mezzo secolo in Palermo: e chi se la godette, ne rimase entusiasta; «imperocchè furon feste veramente superbe e degne di esser date anche alla persona del re medesimo.» Alcune, quelle, p. e., di Angiò e Spaccaforno, costarono le solite seicento onze, col magro compenso d'una visita di ringraziamento del Vicerè[297].

Ci si consenta, mentre ci siamo, un ricordo o [pg!227] qualcosa di simile, di data posteriore nei primi del sec. XIX.

Un bravo siciliano, che aveva molto viaggiato e molto veduto, parlando d'una festa organata in Palermo dal Principe della Cattolica, non trovava termini per dare un'idea anche lontana del gusto, della grazia e della fantasia ond'essa era stata ordinata ed eseguita.

«Immensi saloni, dalle pareti coperte di specchi dall'alto in basso, erano mascherati da alberi, testè divelti dalla terra, e tutti pieni di frutte. Gli spazî tra il fogliame e gli specchi facevano credere ad un altro mondo che passasse dall'altro lato della strada: la illusione era completa. Si facevano balli inglesi sotto viali di pergolati, dai quali pendevano grappoli d'uva matura e squisita; contraddanze francesi in quadrati d'alberi, e tutt'intorno ad una ricca vasca, donde zampillava un bel getto d'acqua che faceva dei giuochi. In fondo, nell'ultimo salone, vedevasi una graziosissima collina, anch'essa imboschita, e nel mezzo un sentiero, conducente alla sommità, a' cui due lati erano in gran copia bombons e gâteaux d'ogni genere. Nessun domestico si vedeva dai convitati; ma, a piè del colle, trenta o quaranta chiavette, con indicazioni delle singole bibite e d'ogni rinfresco desiderabile, come poncio caldo, poncio freddo, crema, caffè, thè, bordò; e, sotto, i bicchieri, che, presi, si sostituivano con un turacciolo. La musica era sentita bene; ma come non si vedevano domestici, così non si scoprivano musicanti, celati dentro grotte coperte di fogliame. Solo all'ora della cena si potè sapere che v'eran servitori. [pg!228]

«E se non è questa una féerie, esclamava il Palmieri, io non so che cosa meriti questo nome!»[298].

Ecco le condizioni della società che ci occupa! L'alta posizione sociale consigliava sacrificî, che le condizioni personali forse non consentivano. Per una malintesa dignità, l'esempio diveniva contagioso: se non s'avea, erasi costretti a mostrar d'avere; se non si era, dovevasi fare ogni studio per comparir doviziosi.