Quest'esempio induceva un certo Gentile a tenere, sotto il Vicerè Fogliani, una clamorosa festa, molto lodata e molto biasimata. «Se le fanno i nobili le feste, avrà egli pensato, perchè non possono farle i civili?» Il figlio di lui, avv. Matteo, altra ne tenne superiore alla prima; e Diego Orlando, uno dei più famosi avvocati, ne traeva stimolo a bandirne alla sua volta una (26 gennaio 1798), che quella e questa superasse: e larghi inviti a stampa alle principali dame della città mandava la Principessa di Belvedere Caterina Del Bosco, e più larghi ancora a signori e civili l'Orlando medesimo, che, a titolo di lode per lui, non pur profondeva dolciumi e rinfreschi, ma anche deliziava gl'intervenuti col canto delle virtuose del teatro S. Cecilia[299].

Più tardi, quando S. A. Leopoldo di Borbone soscriveva per 100 copie alla nuova edizione delle Poesie del Meli, a due onze e tarì l'una, e ne pagava anticipatamente il prezzo, un Presidente Marchese faceva altrettanto, perchè nessuno potesse pensare che un dignitario come lui facesse da meno di un Principe reale. Se poi [pg!229] il soscrittore neo-Marchese, amico ed emulo di Ferdinando III nella caccia, non fece onore alla sua firma, ed al momento della consegna dei libri negò al Poeta le dugentottanta onze, il pubblico seppe almeno che egli stette alla pari del Principe Leopoldo. E se un'arguta affabulazione sull'incidente venne in testa al Meli[300], tanto meglio pel Presidente che ne fu l'oggetto! È sempre qualche cosa ex magnis inimicitiis excellere.

La distinzione fra i ceti aveva linee così nette, che una confusione non poteva assolutamente nascere e, nata, prolungarsi. Poteva bensì dolersi Em. Perollo che le cariche principali del comune venissero impartite solo ai nobili. L'Autorità, alla quale egli rivolgevasi chiedendo la partecipazione dei semplici cittadini a quelle cariche, nol degnava neanche di risposta![301].

Aveva un bel dire il Santacolomba che gli uomini son tutti uguali, «e manderebbe lo stesso odore d'arrosto messa sul fuoco la carne d'un alto o di un basso personaggio». Egli stesso, nelle cui vene circolava sangue non volgare, doveva poi convenire che «la civil polizia ha i suoi scalini gerarchici: non tutti sovra tutti posano i piedi: chi si trova più in alto, chi sta più basso. Il magnate, il nobile, il graduato esige certe marche di rispetto dal semplice e dal civile; è dovere che gli si paghino: volergli camminare a fianco è un'ingiuria»[302].

Un giorno il Villabianca, andando in carrozza pel Cassaro in compagnia del Principe di Paternò, era salutato [pg!230] forse con maggiore riguardo del solito, ed egli ne traeva ragione di letizia, perchè ci vedeva gli effetti dell'onore altissimo[303].

Ma il colmo di questo innato principio, fecondato e mantenuto dalla educazione, avversa a tutto ciò che potesse fin lontanamente intorbidire la purezza del ceto, è un aneddoto, che brevemente narreremo.

Festeggiavasi con un gran ballo il già detto parto della Regina Carolina: ed «uno de' figli del fu Razionale del Patrimonio, Scicli, perchè ebbe lo spirito di frammischiarsi in questa serata co' nobili, avendo giuocato a tavolino di dame, ne fu messo fuori sul tardi dal commissariato della celebrazione della festa, come persona affatto ignobile ed incapace di unirsi colla Nobiltà. E questo fu fatto ad istanza di quelle stesse dame che un'ora prima seco lui avean giuocato. Non licet omnibus adire Corinthum. Pover'uomo! Egli spacciò tosto per sua giustificazione essere originata la sua famiglia da avi nobili; ma questa affatto non gli fu fatta buona»[304].

Questo aneddoto e questa osservazione può destare impressione oggi; ma non poteva destarne allora, che i distacchi tra le classi erano nella coscienza di tutti. Diremo, in proposito, cosa che darà ancora meglio la prova dell'abisso che separava non solo i ceti tra loro, ma anche i gradi d'un medesimo ceto.

Il 17 ottobre del 1779 il primogenito del Barone Ignazio Capozzo, un bravo giovane a 22 anni, sposava la figlia del già morto Principe di Torrebruna, Girolamo [pg!231] Landolina. I parenti tutti della fanciulla, scandalizzati, si misero a gridare contro lo sposo, che avea osato levar gli occhi verso la figliuola di sì gran signore; il contrasto tra lui e lei essere stridente. Le grida si tradussero in ricorso legale al Governo, non solo di Sicilia, ma anche di Napoli, e si chiese l'annullamento del matrimonio. L'annullamento, a dir vero, parve troppo al Governo; ma una punizione allo sposo, indispensabile; onde il Capozzo con dispaccio sovrano venne carcerato, proprio carcerato! a Castellammare, e poi relegato in non so quale riposta prigione del Regno. E quando rientrò libero a casa sua, dovette benedire alla toga del Tribunale del Concistoro vestita dal padre suo, ed alle parentele nobili, state contratte dai suoi antenati.

Un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, il regio Convitto Carolino pei nobili giovanetti fu soppresso. Che è che non è? si volle romperla con la intrusione di qualche ragazzo «di recente nobiltà». Bisognava rimediare allo sconcio: e vi si rimediò con la istituzione di un nuovo Convitto, il S. Ferdinando, nel quale furono ammessi alunni con cent'anni di nobiltà, almeno.