Di siffatto uso rimane viva la memoria nel motto popolare dialogato: — Appressu!... — Lu stafferi cu la torcia.

Talora uno di codesti servitori o staffieri teneva dietro al padrone portandogli il nicchio[309].

A qualche vecchio signore abbiamo più volte chiesto dei servitori di casa sua o d'altrui: e le risposte ci son parse sempre esagerate. Lasciamole dunque queste notizie orali, ed atteniamoci alle scritte. Un figlio di famiglia, un cadetto di casa Palmieri di Miccichè, ce ne fa sapere qualcuna; la nostra opinione, peraltro, è formata sulle carte tuttora esistenti, di spese. Il Palmieri scrive così:

«Dei domestici straordinario era il numero nelle case signorili, anche più modeste. E bisogna vedere con che etichetta si regolassero. Il cocchiere si sarebbe [pg!234] guardato bene dal salir sopra per servire a colezione o in una serata; il domestico da livrea non si sarebbe mai acconciato a cingere un fardello: questo avrebbe fatto soltanto il mezza-livrea; e non è esagerazione se si porti il numero di tutta codesta gente a ventidue, ventiquattro persone tra maestro di casa, camerieri, domestici propriamente detti, cuochi, cocchieri, e via discorrendo»[310]. V'eran case che tenevano fino a sei lacchè con livree, alcune delle quali, per voler apparire ricche, riuscivano stravaganti. Certe dame non avrebbero saputo uscire per le strade senza un duplice appoggio ad entrambi i lati, quasi si svenissero ad ogni passo.

«Superbi gli equipaggi; cavalli di razza spagnuola, vigorosi corridori, per le gite ordinarie; cavalli danesi, romani, napoletani, per le grandi occasioni, che non mancavano mai. Eguale il lusso delle abitazioni. Si sarebbe creduto di non averne una bastevole, se questa fosse stata meno di cinque, sei stanze; dieci, dodici, quindici di fila componevano l'appartamento del signore: cosa, a dir vero, perdonabile in Sicilia, dove le adunate sono numerosissime, ed un quartiere piccolo non potrebbe accogliere tutti coloro che la convenienza vuole invitati. E frattanto, non v'è nulla di più strano che per un piccolo desinare di società e in famiglia si debba attraversare un filare di stanze e di gallerie per trovar poi in un gabinetto il signore o la signora con quattro o cinque commensali. Si resta sorpresi vedendo queste stanze mobigliate in damasco, tappezzerie ecc., [pg!235] sedie di cuoio o di paglia.... Il tono di magnificenza sul quale tutto è montato, impedisce alla Nobiltà di abbandonarsi al suo naturale gusto ospitale e socievole invitando i forestieri. Si sentirebbe vergogna di offrire una zuppa come vien viene, perchè non si vuol comparire altrimenti che in tutto il proprio splendore. Difatti, quando un desinare od una festa si dà, non si risparmia nulla. Pare che tutto si voglia buttar giù dalle finestre; ed io metto pegno se si trovi un paese dove le cose si facciano con magnificenza, gusto, e vorrei anche dire con raffinatezza voluttuosa più che a Palermo»[311].

Pittura così viva potrebbe parere esagerata in chi l'ha fatta, il conte de Borch; ma la esagerazione, caso mai, sarebbe stata in altri visitatori della città. Tutti, infatti, descrivevano la magnificenza dei palazzi; tutti guardavano attoniti camere spaziose ed alte, in lunga fila, con arazzi di gran costo: ostentazione di splendore principesco; tutti, il nugolo di creati: etichette ambulanti di agiatezza; e le superbe livree cariche d'oro: affermazione perenne di grandezza nobiliare, e le carrozze pesanti dell'antica forma, e l'esercito di battistrada, avviso di signoria magnatizia. E non è sfuggito neanche questo: che, dopo morto, lì alle catacombe dei Cappuccini, qualche signore, avvolto nel comun sacco nero, con le mani irrigidite dalla inesorabile Morte, ti presentava un cartellino per dirti: Io sono il Principe A.Io sono il Marchese B.Io sono il Conte C.[312].

Ma in mezzo a tanto fastigio di mobili, abiti, pranzi, [pg!236] feste, l'animo, insoddisfatto, non s'acquetava ad un capriccio stato appagato, ad una bizzarria compiuta, ad una delicatura non a tutti, e solo a chi avesse mezzi, possibile. Un non so che d'indefinito, che è infelicità di non gustar mai nulla, sopravanzava a tutto. I mobili erano una decorazione mutabile, gli abiti una servitù giornaliera, i pranzi una parata, le feste una distrazione effimera; ed il fastidio della ricchezza arieggiava il soffrire della povertà: ricco e povero in qualche cosa si somigliavano.

In una delle sue ingegnose concezioni, il Meli vide alcuni genî divertirsi ad osservare le umane sciocchezze; ed un gran quadro rappresentar figure e costumi della vita,

... chi espriminu lussu e spisi orrenni[313].

Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca; il quale, a proposito del nobile Senato di Caltagirone, esclamava in versi: