Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità onde le dame conversavano seco lui in inglese; facilità che crebbe a vera disinvoltura al tempo degl'Inglesi in Sicilia. Più familiare ancora il francese, che quasi ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario Carolino o, in generale, sotto la guida d'una bonne o d'un aio, che raramente mancava nelle case signorili. Bisognava anche tener presente che non poche signore erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e fogge.
Di siffatta familiarità col francese, specialmente [pg!255] dame, usavano a tempo e a luogo. Alla presenza di forestieri, che non comprendevano l'italiano e meno ancora il siciliano, da persone finamente educate, con una gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano il francese, ovvero, occorrendo, l'inglese[337]; e nel francese aveano, secondo la mondana espressione d'un nobile ecclesiastico[338], «una chiave facile ad aprire i gabinetti del cuore».
Parlare poi di cultura femminile nel significato moderno della parola, non si può, senza creare equivoci. Quella che vi era (e certo rappresentava qualche cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî del Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi di Maria per le civili. Ordinariamente, poco leggevan le donne, e questo poco era la minima parte di quel che si leggesse in Continente: in Venezia, p. e., in Firenze, in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre tradotte.
Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è giunto: e forse non ve n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni sporadiche, non riuscite a farsi strada oltre lo scorcio del secolo, come l'invisibile Romanzino utile e piacevole di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta del Governo. Quando lo stampatore veneziano Rapetti, sotto gli auspicî della Duchessa Anna-Maria Gioeni, volle iniziare in Palermo una Biblioteca galante, dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima [pg!256] Biblioteca, per il gran numero di compratori, veniva su prospera a Firenze ed a Venezia.
I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile, venivano per la via di Genova e di Livorno, e più comunemente di Napoli. Le novelle e i romanzi inglesi e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo conquistato dagli italiani.
Entrando nel boudoir d'una dama, o d'una signora del ceto civile, l'occhio si posava subito su qualche volume elegantemente rilegato della Nuova Biblioteca da campagna, o della Biblioteca piacevole, o della Biblioteca di villeggiatura: tre collezioni napoletane levate alle stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno. L'ab. Galanti, autore d'uno studio sopra la morale e i diversi generi di sentimenti, avea curato una di queste Biblioteche, ricca di ventinove tomi; ma anche qui tutto era forestiero, dall'Orfanella inglese alle Memorie di Fanny Spingler, dalle Novelle morali di Diderot agli Amori di milord Bomston di Rousseau, dalle Novelle e dalle Favole di St. Lambert alla Lucia, alla Giulia, al Varbeck, agli Aneddoti del ricercato d'Arnaud. E vi si appassionavano le nostre damine, e vi facevan cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con esse in francese, Hager credette di accorgersi che difettassero di letture francesi; e si maravigliò che ragazze e signore non sapessero di Marmontel, di Crebillon, di Mercier[339]; ma ebbe il torto di appoggiarsi a vaghe notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse, che ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire, [pg!257] le pagine dei quali si facevano spiegare in luoghi nei quali nessuno potesse sentirle[340]. Vero è che in pubblico mostravano molta simpatia per l'Alfieri, il Metastasio, il Parini; vero che amavano molto il Meli[341]; ma la loro predilezione era per la letteratura galante, da gabinetto, come vogliamo chiamarla: e questa era tutta francese. Che se gli scrittori nostri se ne scandalizzavano, è bene ricordare che essi non aveano nulla di proprio da contrapporvi, e non pensavano a soppiantarla. La Scelta raccolta italiana di Romanzi di Milano (1787, tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure la larga produzione di quell'Antonio Piazza, che fu conosciutissimo nell'alta Italia. Solo qualche racconto dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non giungendo peraltro a scalzare nè il Telemaco di Fénelon nè il Belisario di Marmontel, nè il Diavolo zoppo e molto meno il Gil Blas di Santillana di Le Sage, che con i Viaggi del Cap. Gulliver dello Swift ed i Viaggi di Enrico Wanton del veneziano Sceriman tenevano il posto d'onore. Siffatti libri piacevano a donne e ad uomini, a vecchi ed a fanciulli; ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia quante ne bagnarono gli Amori di Adelaide e Comingio, il fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per l'Isola.
Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere che il principale tra essi (poichè, come s'è visto, ve n'eran parecchi), era quello della Grande conversazione, lì nel Palazzo Cesarò. [pg!258]
Di minute particolarità ce ne diede il Conte de Borch, da cui le riportiamo.
Questo circolo è «una specie di club inglese, o di Caffè pubblico per la Nobiltà, al quale vanno tutte le Dame e quanto di più eletto abbia la città. In esso i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare di affari, di contrarre conoscenze gradite senza soggezione e senza disuguaglianza. A qualunque ora vi si ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî debbono esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto e strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno, e con questa somma e con quella che si ricava dal giuoco si fa fronte alle spese di pigione della bellissima casa, di servizio (servi e massari) e di illuminazione.... Io ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777, molte istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che quella di Palermo supera le migliori che io abbia viste nel genere in Italia»[342].
La Conversazione sul finire del secolo non era più da Cesarò. Ai socî parve un po' fuori centro: e centro per ogni buon palermitano è la Piazza Vigliena. «Martedì 9 dicembre del 1800 il Re assiste alla processione della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro), destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame della città». Così dice il n. 97 della Raccolta di Notizie, di quell'anno.