«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento tramandano un non so che di dolce e di delicato; di esse tutto somiglia alle mimiche attitudini che Rehberg a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in Lady Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi maliziosi, ora con parole scherzevoli; il suono della loro voce è dolce, e la loro presenza spira in tutti gli astanti serenità»[356].
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Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager, dimenticando per poco il suo brutto arabo, per cui fu chiamato dal Re a giudicare della impostura saracena del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella ragazza, o bella dama?
I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento! Peccato che nessuno d'allora abbia pensato a descriverli! Neanche questo stesso Hager, che ci si trovò così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese parte godendo i beati ozii palermitani del 1800.
E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti più in conto, era il minuetto, espressione della società d'allora, ma pur sempre grazioso. Quando oggidì si vuole alludere a cosa che ci si somministri a spilluzzico, sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in Sicilia: Mi fa lu manuettu cu lu suspiru, frase che ricorda una particolare figura della cerimoniosa danza, con pose mimiche di prestabiliti sospiri. Avverso per indole a qualsiasi caricatura di vita, il popolino non poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi creava sopra il non benevolo motto.
Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e di educazione, come quello che s'insegnava alle nobili donzelle del R. Educandato Carolino ed ai nobili giovinetti del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo, che ballò la parte sua, perchè anche lui fu giovane, e della società del suo tempo studiò i difetti, scrisse qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano, si toccano, s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano, [pg!269] siano, ed eternamente saranno, lacci potenti d'amore. Egli stesso, numerava un per uno questi lacci, raffigurati da altrettanti balli. La seguente lista è la più copiosa che da noi si conosca:
Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi,
Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri,
Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi,
Lu manuettu di lu stissu Amuri.
L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi,
Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuri
Ministri, chi cci 'mbrogghianu li carti
E fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.
Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice comparsa della parola amuri; però ci vuol poco a capire che essa non è fortuita, ma fatta con arte. Se poi il lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali parte dei quattordici nomi sicilianizzati di danze. Quei nomi, altronde, nei ritrovi correvano quali erano giunti dall'estero, e bisognava sentire con quale correttezza di pronunzia li dicesse, con quale franchezza di tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe d'allora, Domenico Dalmazzi.
Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro, che, lasciando per Palermo la natia Genova, tante generazioni educasti all'arte che fu tua! Morendo (1797), tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe regioni della fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato alle ineffabili dolcezze sognate dal poeta, che cantava: [pg!270]
Mentri ca godi grata sinfunia
Di trummi, contrabassi e vijulini,
E senti lu cuncertu e l'armunia
Di citarri francisi e minnulini,
E ammira lu 'ntricciu e la mastria
Di li balletti e di li ballerini,
Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu
Ogni armuzza si cogghi a lu strasattu[357].