Con questi ardori è facile immaginare quel che dovesse avvenire tra le teste calde dei giovani. Ad ogni menoma occasione sorgevano contrasti; per lievi malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per impercettibili violazioni di etichette, passavasi a vie estreme; e cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei giorni di ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche bella, compromettente artista del S. Cecilia o del S. Caterina (oggi teatro Bellini).

Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine adusati. Al S. Ferdinando, tra le varie discipline che s'impartivano, non mancavano le cavalleresche. La scherma, una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma della Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania[358], possedeva un abilissimo insegnante in un tal Torchiarotto. A lui faceva codazzo uno stuolo interminabile di ammiratori; a lui si rivolgevano per esser [pg!271] preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria farsi ragione.

Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di Palermo (1784), dà la misura dell'ammirazione che gli professavano i suoi devoti. È una stampa del tempo, che fedelmente ripubblichiamo:

«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino Torchiarotto, inventore e direttore del battimento nella contradanza allusiva alla presa della fortezza di Algeri:

SONETTO

Marte, cui deve il primo onor la spada,

Rese nel campo mille eroi guerrieri.

Ma fra l'orride stragi agli alti imperi

Schiude di gloria sanguinosa strada.

Nuovo Marte tu sei, e fai che cada,

L'audace Moro ai colpi tuoi non veri

Formi col brando i nostri, i tuoi piaceri;

Porti illustre vittoria u' più ti aggrada.

I tuoi seguaci in eleganti pruove

Con grati giri e con maestri passi

Spingi fra loro a belle pugne e nuove.

Così tu vinci il natural dell'arte,

Mentre i limiti suoi dolce sorpassi.

Or ceda a te l'onor lo stesso Marte»[359].

E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto, giova avvertire che anche nei più grossi scontri le cose non si facevano troppo sul serio, perchè poche tracce cruente si scoprono di partite cavalleresche. [pg!272]

[Capitolo XVIII.]

DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE.

Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste pagine, incontrate, non son le sole della società del tempo. Astri maggiori, splendenti di luce propria nel firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse gareggiavano in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione di eleganza.

La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso neo sul seno d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta Lu Neu, che contiene non innocenti arditezze: