Tu filici, tu beatu

'Nzoccu si', purrettu o neu!

'Ntra ssu pettu delicatu

Oh putissi staricc'eu!

'Ntra ssi nivi ancora intatti

Comu sedi, comu spicchi!

Ali! lu cori già mi sbatti,

Fa la gula nnicchi nnicchi![360].

Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi della Duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, facevano [pg!273] battere cento cuori e penetravano fino alle midolle del buon Poeta[361], che nella dolcissima tra le sue dolci odi L'Occhi cantava:

Ucchiuzzi niuri,

Si taliati[362]

Faciti càdiri

Munti e citati.

Ha tanta grazia

Ssa vavaredda[363]

Quannu si situa

Menza a vanedda,

Chi, veru martiri

Di lu disiu,

Cadi in deliquiu

Lu cori miu....[364].

Riandando con la memoria e celebrando nel suo Gemälde le principali fattezze femminili da lui viste, il prof. Hager metteva in prima linea la Principessa di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le sue forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno tra quanti la conobbero ricordava: e tutti dicevano dei suoi occhi di gazzella, della sua testa scultoria, [pg!274] resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli[365]. Chi stenta a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza il ritratto che ne fece il siculo poeta delle venustà del tempo[366].

Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata, di Castelforte e molte altre minori. Rimettendo il piede in Terraferma, sul Ponte della Maddalena, Hager incontrava (dicembre 1796), un'ultima volta ammirando, la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla, di casa, crediamo, Bologna, accompagnate dal Marchese di Roccaforte e dal Principino della Cattolica[367].

E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa, queste dame componevano la corona della altera Maria Carolina, confermando con la loro presenza l'antica reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme giunoniche e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi sentimentalmente pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti allato a languidi cerulei, quali più, quali meno, imperiosi e carrezzevoli, dalle interrogazioni rapide e dalle meste vaghezze d'un sogno.

Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina, Caterina Bonanno: Principesse di Cutò, di Palagonia, di Roccafiorita (1775) e Marianna Requesen Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e ritratte dalla società, ricomparivano nelle grazie delle [pg!275] loro incantevoli figliuole, o congiunte, o amiche, od anche emule: Marianna e Ferdinanda Branciforti, Principessa di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra, Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria Ventimiglia Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780). Belle, superbamente belle tutte, come la Principessa di Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una forte leggenda[368]: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone, la Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada, la Principessa di Scordia Stefania Valguarnera e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797), la quale non vuolsi confondere con la Lionora.

Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale di loro gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro signorilità nel ceto, col fasto di loro casato nelle due Capitali e fuori.

Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo siciliano, alcuni scrittori del tempo non sapevano far differenza tra bellezza e bellezza. I tipi più eletti eran lì, sorriso gaio di natura, fascino potente di uomini, invidia mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi, quelle dive passavano ammirate tra la folla, corteggiate tra le conversazioni. Bartels, astraendosi talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e storiche, vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide donne, in faccia alle quali anche Paride sarebbe restato incerto a chi assegnare il pomo d'oro»[369].

[pg!276]