Le figure più snelle offrivano anche allora agli osservatori stranieri «un'idea di quelle bellezze che una volta servirono di modello a Prassitele ed a Policleto in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo alle favole ed alla storia, li richiamavano a quella siciliana che fece girare il capo ad Eufemio, quando nel secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli Arabi[370].
Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate, qualcuna concedevasene a donne, per meriti e virtù preclare.
Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa Regiovanni, Sigismonda Maria Ventimiglia, veniva insignita del sacro militare ordine gerosolimitano con la medesima croce ed i medesimi privilegi che avean goduto e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa di Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la gran croce di devozione[371]: e quando ogni anno il Gran Maestro dell'Ordine mandava il solito tributo solenne del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai pochi cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava gli appassionati sguardi della folla.
Con queste, altre dame con altre insegne.
Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande Inquisitore viaggiava per le campagne di Sciacca. A un tratto, nel feudo Verdura, una masnada di ladri [pg!277] sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per finirlo. Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi uomini; alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori, ella, con ardimento più che virile, accorre, investe e mette in fuga i ribaldi salvando il malcapitato uomo. Per quest'atto la Duchessa veniva decorata in perpetuo, per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco della SS. Inquisizione[372]. Quella crocetta verdescuro e bianca, pur dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale, fregiò più d'un petto femminile, coprì molti palpiti, oggetto di fiero, inestinguibile odio e di viva ammirazione.
E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose, nelle quali l'ardore del vero era così intenso come fecondo il culto del bello.
La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva in musica con dolcezza degna dell'originale qualche canzonetta che l'amabile Cantore delle «Quattro Stagioni» scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno pronto e luminoso, con profondo intelletto studiava gli scelti volumi del suo ricco studio; sì che a lei faceva omaggio della sua Biblioteca galante il tipografo Rapetti[373]. Educando la prole alla pietà, non fu lieta dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio Agesilao si rendeva un giorno colpevole di contumelie ad un Giudice del Concistoro[374].
Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca [pg!278] in uno dei principali monasteri, scriveva sapientemente di morale[375]: e fresca era la memoria della povera Anna Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di Salaparuta, la quale, morendo a trentanove anni, lasciava nome di cultrice di filosofia[376].
Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo di lode fu scritto (1794) esser ella tutta dedita a conversazioni istruttive e ad occupazioni ben diverse da quelle di altre donne. Il lettore prenda nota di questa lode[377], e si procuri le Lezioni sulla educazione della culta dama.
Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini s'inchinano al sole che nasce e voltano le spalle a quello che tramonta. Chi è in auge od anche in ordinaria prosperità di fortuna è carezzato, corteggiato, adulato; la sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il Dum eris felix di Ovidio si ripete assai più frequente di quel che si possa immaginare.