Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo, quasi incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con l'amicizia d'un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa ed il lino; a Roma, con l'arresto e la carcerazione in [pg!334] S. Leo, ove, ultima di sue geste, era il tentato strangolamento d'un confessore, da lui, reo convinto e apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d'anni, quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al più diligente indagatore.
Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna vedere che cosa fece lì con due siciliani, l'uno più triste dell'altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani, ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa complice di sua spudorata condotta.
Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da un'acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne, da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione dell'oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate sorprese. Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per calcolo, non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che egli spacciasse rimedî empirici, sia che [pg!335] assumesse titoli nobiliari, sia che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di parrucchieri, di maestri da ballo.
Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne richiamava all'autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la cattura, in S.a Pelagia, della infedele — artificiosamente infedele — donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po' dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio: ed avea il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond'era sfuggito rasentando la galera.
La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo (1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto tragicamente.
Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza, prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli espedienti per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del tribunale aggrediva il pratocinatore dell'avversario del Balsamo, e, forte com'egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò per terra, lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione del Presidente. Il quale, debole e pauroso, [pg!336] non seppe punire il colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero l'imputato[351].
Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè! non le furono più restituite!
Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni, giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in Palermo. Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio in argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere il lapis philosophorum. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini (da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese d'Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore. Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano. Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non mai fece sapere dell'esser suo, [pg!337] della sua nascita, della sua patria, della sua età, dei suoi parenti.
Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20 luigi l'una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense, vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego d'andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione Divo Cagliostro servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa e d'Asia!
E questo è poco.