Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt'altro che rallegrarsi poteva dell'opera sua educativa, assediato da ricorsi e da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d'un furto di roba e di danaro a suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l'ingegno pronto e versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara, la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All'arte del disegno parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai persona l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per iscacciarle. [pg!331]
Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo biglietti d'entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un testamento a favore d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo d'un notaio suo congiunto.
Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene, acuivano in lui l'ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre audaci. Un tale s'era innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro: guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo, caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo, opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l'abile autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.
E non basta.
Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il superiore d'una comunità religiosa avea bisogno d'assentarsi dal convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza, interpose l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il povero baggeo l'avea pagata profumatamente.
Questa ed altrettali bricconerie non passavano [pg!332] sempre inosservate, nè sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia, più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o che la furberia in lui fosse maggiore dell'avvedutezza della Corte Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente. Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè che il Balsamo fosse uno stregone.
Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero chiesto che cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città. Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura della dama nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici. Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante a verificare la cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano visto nell'inesplicabile quadrato.
Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un argentiere d'allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora l'arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant'onze (L. 765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro, nelle vicinanze [pg!333] di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e, conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole nere, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a tutt'altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene all'autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.
Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.
Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo, bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare. L'isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili, non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso imbroglione.