Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4). [pg!328]
[CAP. XX.]
IL CONTE CAGLIOSTRO.
Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona d'un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste riempiva l'Europa tutta.
«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D. Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il Conte Cagliostro.
La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola; ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di guerra all'Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l'uomo.
Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a giungere nell'Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino Balsamo. E [pg!329] come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota agli abitanti dell'Albergaria?
La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.
Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a Caltagirone, Peppino vi avea vestito l'abito di novizio (ricordiamoci che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni); ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era tornato bel bello a casa come se nulla fosse stato. — «Che hai fatto?...» gli aveva chiesto dolorosamente sorpresa la madre. — «Oh che volete che facessi?! rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare l'aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla Perciata, raccontavano cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo! [pg!330]
Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle risse per indole inclinato.