Lasciata la casa dei Principi di S.a Flavia, nella quale era stata tenuta a battesimo (1718) dal March. di Giarratana, Girolamo Settimo, e da G. B. Caruso, e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo letterario dei tempi, l'Accademia del Buon Gusto nel 1791 veniva accolta, ospitata, sussidiata dal Senato, che ne diveniva così mecenate naturale. Gli osanna degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico ed al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero coi risentimenti contro il S.a Flavia, che col pretesto di doversi ritirare in Bagheria, avea chiuso loro la sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi nello infondere nuovo vigore all'Accademia; il S.a Flavia parve smentire tutto il suo passato.

Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa aver concorso alla risoluzione di lui? La condotta posteriore di alcuni socî non escluderebbe questo sospetto. [pg!376]

Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi a base gli antichi statuti. L'aquila senatoria palermitana con uno sciame d'api nel petto ed il motto: Libant et probant, e la leggenda: Accademia palermitana del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P., ne divenne la insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo a memoria della larga ospitalità e dei nuovi auspicî[395]. Il Principe Gaetano Cottone di Castelnuovo, Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il Duca di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo, M. Antonio Arena, D. Raffaele Drago cassinese, D. Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l'ab. Meli e quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono le colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare Palermo, che, carezzato dal Caramanico, non dimenticò, anche vecchio, di essere stato dal predecessore di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto autore d'una pasquinata contro di lui.

Le loro letture rappresentavano gli studî in voga. Ad un passo fuori la via che tutti percorrevano nessuno pensava. La via, libera all'estero, era in Palermo ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto qualcuno la batteva con un certo coraggio, e riusciva alla meta senza essersi fatto del male, anzi con la [pg!377] soddisfazione di aver potuto fare un po' di bene. Antonino Fulgo guardava i caratteri del secolo che si avvicinava alla sua fine, e Sergio affrontava il grave problema dell'aumento che avrebbe potuto prendere la rendita generale dello Stato dall'utile impiego delle braccia delle donne[396]: corsa ardita, che meriterebbe d'essere ricordata agli studiosi dell'attuale mondo economico.

Con le leggi che la governavano, con un prestabilito genere di argomenti per le materie scientifiche e per le letterarie, l'Accademia procedeva tranquilla a furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi eruditi e letterarî.

Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni eccezionali con l'intervento del Senato e dei nobili: ma queste erano ripetizioni di altre consacrate nei regolamenti precedenti. La cicalata per l'ultimo sabato di Carnevale non poteva esser nuova se nella Peloritana di Messina essa assurgeva ad un avvenimento mondano di prim'ordine con D. Pippo Romeo. Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò il Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale e nel monastero di S. Martino[397]. Vi erano pure speciali adunanze per la Passione di G. C. e per S.a Rosalia, e vi si invitava non solo, come d'ordinario, il Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva in onore di S. Tommaso d'Aquino, nel convento [pg!378] dei PP. Domenicani, come omaggio degli Accademici al grande teologo di quell'Ordine; ma è curioso che nel riordinamento degli studî superiori della Università la morale venisse prescritta senza il testo di S. Tommaso.

Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti, cercata o profferta, era inevitabile. Questa partecipazione vuol essere intesa per tutte le ordinarie riunioni; e con l'andare degli anni, verso il declinare del secolo, prese il più strano indirizzo.

Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con largo intervento di signori nelle sale pretorie. Pel passato quelle sale echeggiavano di lodi a pretori ed a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero ringraziamenti al Senato, emanazione della Nobiltà: ovvero alla Nobiltà medesima, onde il Senato emanava. Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore largheggiava di sorbetti verso gl'invitati[398]. Eppure, o che la misura fosse colma, o che avversioni latenti serpeggiassero, o che i tempi andassero maturando, avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del 1796 l'ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno agli ostacoli che si opponevano ai progressi della letteratura in Sicilia; e nella foga del dire usciva in «una dipintura della nostra Nobiltà la più mortificante, facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva essa di proteggere i letterati, essendo data perdutamente ai vizî ed al lusso.»

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Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza ed inopportunità, quanto stavolta. I feriti si contorcevano sui seggioloni in attesa impaziente che la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un bell'attendere, chè appena essa accennava a finire che ricominciava più violenta che mai. L'uno dopo l'altro si levano in piedi non so quanti poeti, i quali «snodano le loro voci con sentimenti più satirici di quelli del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri nobili solamente son dati all'ozio, al sonno e...»