Queste parole con la reticenza finale sono di uno ch'era presente alla scena, Vice-Segretario dell'Accademia, il sac. D'Angelo, che doveva farne e non ne fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì pronto a rispondere, ma che ne fu distolto da lui[399]

La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo nelle vie della città, nei caffè, nelle conversazioni, e mentre lo si commenta sfavorevolmente per i bersagliati, si biasima l'atto scortese. Si può esser severi, ma non oltre la misura; l'amore della verità non dispensa dall'ossequio alla buona creanza, specialmente in casa altrui, nel palazzo dell'Autorità cittadina.

Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà le sue vendette impedendo la lettura d'un altro discorso, che fa presumere cose poco benevoli per essa. L'avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti, [pg!380] ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento, gli è che lo si è invitato a far leggere ad un altro il suo scritto, e poi ad un altro: e ad entrambe le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non volendo nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che pure non istà bene ripetere dopo quello che è avvenuto[400].

Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato, ed il galateo non è il forte del genus irritabile vatum. L'11 settembre del 1797 ricorre una delle ordinarie sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi fa sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il suo pretorato, interverrà più. Lo avviso addolora, ma non istupisce dopo quello che è accaduto; stupisce sì che le sedie della sala siano scarse e che sull'imbrunire non si accendano ancora i lumi. La mancanza del solito trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza. Gli accademici vanno via pieni non meno di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra non sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto che non è da attribuire a loro. Finalmente uno di essi viene a sapere, e lo confida ad un collega, che lo dice all'orecchio d'un altro, finchè lo sanno tutti in gran segreto: che il malumore del Pretore deriva da un fatto semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il Segretario dell'Accademia non ha fatto il regalo che suol fare al Maestro di Casa del Pretore!... — «Sia lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario. [pg!381] E non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu subito fatto, e le sale pretorie vennero spalancate, le sedie accresciute di numero; il Pretore non mancò più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici, lieti della soluzione dello equivoco, che però nessuno, per non recare offesa al Pretore, dovea mostrar di sapere.

L'anno non era ancora finito che altro grave incidente avveniva. Il 10 dicembre il messinese Dr. Giuseppe Palazzo Andronico dissertava sulla necessità della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano, non già perchè col sospetto di nuovi scandali a danno loro, volessero respingerli con la forza, ma perchè volevano vedere come andassero a finire queste bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con sì cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici. Andronico legge; complemento della sua lettura è la recita di versi di poeti (chiamiamoli così per intenderci) presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo contro la medicina e l'Andronico una filatessa di contumelie; e quando Onofrio Jerico, sempre inappuntabile nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino, nel suo splendido anello dottorale, conchiude con una ultima brutale carica contro i medici, tutti rimangono come interdetti e non sanno che fare[401].

Oh perchè questa piazzata?

C'è un certo dietroscena, che vuol esser messo in luce. [pg!382]

Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione degli studî la istituzione d'un insegnamento di Sfigmica come parte di quello più largo di Medicina interna. Era troppo anche allora, che si mancava di ben più utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò. L'Andronico trovò chi si adoperasse a favore della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a titolo di esperimento, la sollecitata specialità[402]. Il neo-professore voleva persuadere della necessità di essa; ma del suo avviso non erano gli studenti, i quali molto studentescamente e poco studiosamente non sapevano rassegnarsi a distinguere settanta maniere di battiti del polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l'Andronico. Altronde, egli non era palermitano. E com'era supponibile, col vento che ancora spirava contro Messina, che un messinese venisse ad insegnare una scienza ai Palermitani? Inde irae. Un anno dopo della chiassata, l'Andronico veniva esonerato.

Passiamo ad un'altra Accademia.

Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi Letterarii di storia siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad ore 22, reciterà un discorso sopra le chiese di Palermo il sac. D. Giovanni d'Angelo.