Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni prima della data indicatavi i membri della Società [pg!383] per la Storia di Sicilia[403]: e tutti lo tenevano. Ad essa erano ascritti i più colti studiosi dell'Isola, i quali vi portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.

Alla lettura del D'Angelo furono presenti, oltre un buon numero di amatori, i due Di Blasi, il Gregorio, l'Angelini, Bibliotecario della senatoriale, il Barone Forno, il Morso, il Di Chiara, l'arcidiacono Dini, D. Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco Polizzi, Decano della Magione, ed il giovanetto Duchino di Camastra, assidui frequentatori della Società.

La erudizione del bravo letterato palermitano può ora ammirarsi nella Biblioteca, della quale egli fu per lunghi anni attivo impiegato e, come l'Angelini, consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel che risulta dai verbali delle riunioni è questo: che per ventisei anni (1777-1803), meno brevi intervalli, essa attese ad illustrare le vicende della chiesa in Sicilia e delle chiese siciliane, e quelle delle lettere: punto di partenza per aggiunte e correzioni alla Sicilia sacra del Pirri e alla Biblioteca sicula del Mongitore. Perciò, quasi tutti ecclesiastici i cooperatori. Lunghe le loro memorie, inesauribili in una sola seduta, alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo se tra la fissa attenzione di tutto l'uditorio, ma certamente con utilità della storia ecclesiastica e letteraria dell'Isola. Alla specialità degli argomenti, [pg!384] alla non sempre ornata trattazione di essi, come al non facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento sereno degli studî e delle adunanze, non turbate mai dalla presenza di volgari poetastri e di saputelli aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i quali dopo di avere sgobbato sopra registri di parrocchie, pergamene di conventi e monasteri, cartabelli di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti, portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non sempre aliene da preconcetti e da illusioni, ad un paio di dozzine di ascoltatori?

Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî per gli studî, il bene per il bene; non cercavano plauso di nessuno, non sognavano gioie di pubblicità; e dopo di essersi tanto affannati in induzioni pericolosissime lasciavano inediti in mano dell'Angelini i loro manoscritti, paghi di averli compiuti e partecipati ai pochi che potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti cercatori del passato, che non guardavano alla miseria del presente, se interrompevano il corso dei loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti impreveduti e straordinari li impedivano, come la epidemia del 1793, i timori di pubblici disordini dopo la sventata congiura del Di Blasi; la notizia del trattato tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la tristezza della raccolta forzosa dell'oro e dell'argento per le spese della guerra nel Napoletano (1796-98), e perfino i rigori invernali[404].

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L'ardore col quale si attendeva agli studî di storia di Sicilia saliva al parossismo per quella del dialetto.

Altra società di cultura l'Accademia siciliana sorgeva nel 1790 sotto gli auspicî del Meli e per iniziativa del giovane giureconsulto F. P. Di Blasi.

Il titolo non dice tutto. L'Accademia sosteneva non doversi scrivere nè parlare altrimenti che in siciliano: siciliane le poesie, siciliane le prose, siciliane — è tutto dire — le leggi dell'istituto; le quali venivano dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il Conte di Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il Principe di Furnari, nei ventott'anni di fortunosa esistenza di essa vi presero parte attiva, e l'accolsero nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento era pei patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti, e riceverli nelle loro case.

Un cronista d'oggi farebbe sapere che questi bravi signori, volta per volta facevano servire di lauti rinfreschi gl'illustri intervenuti; noi, che non siamo cronisti e non iscriviamo per giornali, non ne diremo nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si riceveva mai dai nobili senza splendidi trattamenti eseguiti da servitori in livree fiammeggianti; non supporlo poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e di dovizia, sarebbe un'offesa alla generosità loro.

Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo, La Manna e Calì, Catinella e Mondino furono i campioni della nuova Società. Meli, Presidente, vi lesse [pg!386] a riprese varî sonetti, che rappresentavano le vicende non liete del sodalizio. Il seguente è l'indice di quel che pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n'erano, come il p. Michelangelo Monti, non isolani.