Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un [pg!45] pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese, ha il sì e nò, e si carica pella parte del quadrante».
Così diceva il n. 7 del Giornale del Commercio.
Questo il più grande spettacolo fin de siècle. In faccia ad esso impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?
Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci dal 1770.
La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato[38].
In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria, da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro, punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. [pg!46] Male a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in terra!»[39].
Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran concorso di popolo e gente civile e nobiltà»[40].
Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè, proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato sonetto:
— «Chi son costor che a piè d'un baluardo
Le nerborute man menan con arte?
Forse quel legno acuto arma è di Marte?
Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
«Quel diavolo di globo che qual dardo
Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
E quei minchion, parte seduta e parte
Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
«Quei terminacci: fallo, passa, caccia,
Quel ventoso cristero e quel lachino[41].
Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» —
Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
— «Semplicetto scioccon, chiede a Gazzino.» —
Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime (e qui la frase vuole intendersi [pg!47] in significato letterale); ma la sua risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la conserva[42].