La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del Cassaro morto, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S. Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.

Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.

Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po' sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto, occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire disciplinato. [pg!51]

La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni[46].

Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.

I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare nelle private proprietà[47]: domanda, in apparenza molto semplice, ma in sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno della roba altrui bastando l'ordine del Re.

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[CAP. III.]

I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED IL S.a LUCIA.

Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«opera però era sempre la più favorita»[48] per la quale venivano sempre con periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina, i maggiori del tempo.