La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti [pg!57] di cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte altre circostanze.

Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la Pietra simpatica del maestro di cappella palermitano D. Salvatore Palma[58]: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie opere musicali non eroiche, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.

Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale, poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione, cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che oratorio dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano. [pg!58]

La Giuditta era tra le opere più accette[59]; il teatro fu sempre pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî (Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è stato convertito in chiesa — dissero molti — con sacri oratorî, perchè non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?

Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio, allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari: «cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile solo con «la mutazione dei tempi»[60].

Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con un'altra compagnia, Il trionfo di Diana in costumi così scollacciati che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui. Il dramma [pg!59] musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi[61].

Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva alla rappresentazione del Pimmalione di Bonifazio Asioli o del Sirotti in luglio, della Morte di Cleopatra del Nasolini in agosto: opera grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da quattro cavalli; dei Tre eredi in settembre. Assunta la impresa da Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che nei Puntigli per equivoco del Fioravanti[62] faceva le parti di Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D. Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino alla fine con l'Astuto in amore, che dopo due esecuzioni doveva mettersi da parte; con la Donna sensibile di Giacomo Tritto e con altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo XVIII.

Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella Vergine del Sole del Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione. [pg!60]

Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti (1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e febbraio aveva una ripresa in autunno col Pirro re d'Epiro del Zingarelli, con La Serva padrona e con gli Zingari in fiera del Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale, benchè attempatella, nella Zenobia in Palmira di Pasquale Anfossi cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello anche lui, improvvisava la odicina intitolata:

Li Grazj.

Sai, bella Veneri,

Sai tu pirchì

Li Grazj currinu

A la Davì?

Pri fari vidiri

Chi ad idda sta

Rendiri amabili

Qualunque età;

E chi tu propria

Tu stissa tu,

S'iddi ti lassanu

Nun cunti cchiù[63].