Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la Finta amante del Paisiello i versi di un Meli; ma [pg!61] portò via i regali di parecchi giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica sempre nuova!

Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo, come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li sentiva.

Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.

I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione, il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.

«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a profondervi delle migliaia con molto danno delle loro [pg!62] famiglie. Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî, feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri vermiglio e verde, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».

Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia, protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei parteggiatori[64].

In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in risposta: Piuttosto piangere mi posson fare che cantare[65].

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Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con l'Andreozzi.

Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il partitario (impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera Vergine del Sole del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente saluto aspetta una [pg!64] ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe egli fare il Torremuzza? — «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più. — «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi. E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della Vergine del Sole: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità, tira un gran sospirone[66].