Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788), Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797), Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e forse da un po' di vanità.
Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795); Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia si affermò con l'arguta sua opera i Tre Eugenj. Il favore del pubblico accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della pietra simpatica. Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato, godeva non immeritata [pg!98] fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'Ezio (1777), la Semiramide (1785), la Troja distrutta (1778), l'Armida (1786) fece ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli Amanti alla prova (1784); con la Didone abbandonata (1786), in Brunswick; con Il Bertoldo (1787) qui pure passava ai servizî di S. M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico, conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton; onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.
Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare; periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle confraternite vespri e messe cantate, funerali [pg!99] e tedeum. È stato rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno erano feste patronali[104].
Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S. Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e Il trionfo di Giuditta davasi la mano con Il trionfo della Religione; La morte di Assalonne con La morte di Saulle o con La morte di Sansone, Sisara con Sedecia, Abramo con Giacobbe, e l'uno e l'altro con Atalia. La Passione di N. S. G. Cristo, «poesia dell'Abbate Pietro Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello, Maestro di cappella napolitano»; i Pellegrini del sepolcro di N. S. «del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig. D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, [pg!100] non ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a chicchessia.
Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè raro.
L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale. Siamo alla vecchia frottola, nome che parrebbe non doversi intendere come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione, scriveva: «12 luglio 1779. La flotta dei musici andò a farsi la comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio 1780: «flotta dei musici della Unione di S. Cecilia per il Cassaro»[107]: donde il sospetto che non [pg!101] si tratti di una frottola poetica, ma di una frotta, di una moltitudine, di persone che andavano cantando un inno, una canzoncina. I Capitoli della Unione però nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal Superiore»[108].
Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe aver avuto due significati.
Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:
Nell'ottangula piazza insemi accampa
Di canora assemblea quattru parchetti
Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]
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