Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo, molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.

Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: musici et cantores miserrime vivunt, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S. Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del Divinissimo il giorno del Corpus Domini» quattr'onze e dodici[110]; ma tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a dismisura.

Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero[111].

L'ultima riforma dei Capitoli dell'Unione dei Musici (1762) si vede soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente. Un esemplare di questi Capitoli, appartenente alla Unione medesima, ha delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un [pg!103] momento[112]. Parecchi confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa. Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D. Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli, probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D. Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia, viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore, cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi dalle antiche Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore[113], e rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico[114].

Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento [pg!104] della loro Unione da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec. XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie, argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli «introiti delli lucri d'organi ed orchestra»[115].

Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio, rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi musici accollati in detta Unione tanto attive quanto passive»[116].

La Calata dei Musici, rimpetto la fontana Pretoria, [pg!105] sul Cassaro, luogo di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti, tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il prediletto cembalo[117].

Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe di Resuttano (1769)[118]. Questi strumenti di recente introduzione aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di nuovi strumentisti.

La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni (24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le sere di estate ricreava ogni buon palermitano[119].

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