Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago incantato. La chiamavano notturna, e ne rendevano illimitata lode al senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina[120]. Nella Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati, come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno s'abbandonavano al canto di deliziose ariette[121].
E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente [pg!107] seria d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle ricorrenze ecclesiastiche più solenni.
Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una intelligente predilezione per le lettere.
Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della Nobiltà.
Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli con Guglielmi, Paisiello [pg!108] con Cimarosa. Via via che la musica piegava a forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R. Conservatorio di Musica.
Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze. Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un giorno sette volte di più!
Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un trattenimento di arie, rondeaux, concerto di strumenti, duetti, ecc.[122]. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete; sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii ed i quartetti»[123].
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[CAP. VI.]
LA BOLLA DELLA CROCIATA.