«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici il privilegio di vendere e distribuire le bolle di Pio IV nella occasione della guerra contro i Mori. Per gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente fece un'annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro in Roma di scudi romani 1666».[124]
Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse dar la caccia alle galere turchesche, gl'introiti di questo privilegio li volle per sè Re Ferdinando, il quale sapeva bene quel che voleva, perchè quegl'introiti costituivano una bella sommetta.
L'acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia pagava per questo quarantunmila ducati all'anno[125]. Se dicesse la verità, sel veda chi ha modo di approfondire questa forma, poco o niente finora studiata, [pg!110] di sfruttamento governativo dell'Isola. Più tardi, nel 1813, l'Ortolani affermava lo introito annuale delle bolle 45000 onze, pari a ducati 135 mila; e senza dubbio egli parlava della Bolla in tutta la Sicilia e non nella sola Palermo.
Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione, è molto interessante. Quarantacinque mila onze valevano mezzo milione di bolle; e mezzo milione di bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani sollecitanti la licenza dell'uso delle carni, delle uova, dei caci, del latte ecc. La popolazione d'allora, in tutta l'Isola, era di 2 milioni; sicchè una quarta parte di essa cercava di mettersi in regola con la chiesa, con la propria coscienza e anche col proprio stomaco per quanto poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare alle ragioni dell'acquisto il timore di essere scoperti trasgressori d'un precetto chiesastico, che è quanto dire civile e magari politico; ma al religioso non prevaleva certamente il timore delle pene corporali dell'autorità civile e politica. Nessun credente, nessun suddito fedele di S. M. avrebbe sognato di sottrarsi al compimento dei più elementari doveri religiosi, nei quali pietà, devozione, culto si confondevano in un pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche molto vagamente mantenute. Se poi questo pensiero fosse espressione fedele d'un sentimento schiettamente religioso, non è luogo opportuno d'indagare.
Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio del 15 febbraio 1783 aboliva l'intervento senatorio alla solenne proclamazione della Bolla; ma un dispaccio [pg!111] posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva intatto il divieto precedente, della partecipazione del Magistrato civico alle quarantore del Monte Pellegrino (14 settembre), tornava ad imporsi quello della grande festa della Bolla[126], evidentemente perchè se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le entrate a beneficio del Sovrano.
Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima, ripetersi con tutto l'apparato religioso, civile e militare, onde per lunghissimo volger d'anni era stata accompagnata.
Trattavasi della pubblicazione d'un indulto pontificio a favore di chi per ragion di salute volesse in quaresima cammaràrisi, cioè mangiar di grasso. Ma questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi non comuni, portava con sè qualche obbligo materiale e spirituale in chi lo cercasse. Egli dovea per l'acquisto della Bolla, cioè della licenza, 52 grani (L. 1,11) e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese designate.
Per ciò appunto l'opera del Senato era non che cercata ma voluta. Il gonfalone della SS. Crociata veniva sorretto da un prete, avente allato un tesoriere (erario) dell'Arcivescovo, il quale portava in mano una bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti da dodici chierici, o jàconi rossi (russuliddi), in cotta. [pg!112]
Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il pubblico grosso e minuto s'affollava innanzi al palazzo arcivescovile, ove la lieta novella dovea primamente darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui sonavano: e D. Girolamo De Franchis con chiara e roboante voce leggeva: Il Sommo Pontefice si è degnato concedere l'uso dei latticini e delle carni nella prossima Quaresima. Ma perchè il Cerimoniere del Senato e non altri dell'Amministrazione della SS. Crociata? Perchè il Senato entrava in tutto e per tutto, ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.
La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su muli e cavalli che richiamavano a quello dell'Apocalisse) sfilava verso il Palazzo vicereale. Al corpo di guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la piccola piazza (Chiazzittedda), via di Porta di Castro e Ponticello, fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e terza ripresa di via, stavolta per l'abitazione del Tesoriere della Crociata, donde, dopo una quarta ed ultima lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria. Allora le tre autorità principali potevano esser soddisfatte dell'omaggio reso loro; ma il Tesoriere lo era più di tutte, e per quei giorni non capiva nei panni.