Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in un gran foglio stampato, con ogni maniera di solennità, condotta in giro pel Cassaro. Il Senato in carrozza, e dietro ad esso, ufficiali nobili s'avviavano alla graziosa chiesa di S. Francesco d'Assisi. Quattro canonici lo ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli [pg!113] esibiva l'acqua santa; i tamburi e lo stendardo col Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in moto; gli Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali, i Chierici del Seminario, seguivano, e con essi il Capitolo col suo araldo, i tre vivandieri, uno dei quali in cappa magna con un quadretto della Madonna in mano. Penultimo gruppo: jàconi rossi, paggi del Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto celebrata Bolla, in insegne canoniche, il Ciantro, fiancheggiato dall'Assessore e dal Maestro Notaro della Crociata.

Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del Senato, Senatori coi loro ufficiali nobili e civili, contestabili e trombetti e sonatori di oboe e lunga tratta di gente.

Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un lato il Vicario generale o il Ciantro; all'altro, il Senato. Inchini rispondevano ad inchini: e quando tutto era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una gran messa, intramezzata da un sermone, che celebrava i beneficî provenienti dallo indulto stato concesso.

L'incarico di questo sermone era ambito e sollecitato anche da predicatori sommi. Il Senato, che soleva far sempre le spese, stavolta (rara eccezione) non ne faceva nessuna; bastandogli solo di metter di suo la pompa pretoria. Chi pagava invece era l'Amministrazione della Crociata, la quale compensava il panegirista dell'opera con quattr'onze d'argento (L. 51), una [pg!114] risma di carta bianca (di quella che oggi si dice protocollo), un mazzo di penne d'oca e cinque copie della Bolla: un bel regalo davvero!

Una volta il predicatore designato non comparve. Era già l'ora della funzione, e tutti si guardavano in viso tra maravigliati del ritardo e contrariati che non si potesse udire la tanto attesa orazione panegirica. Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote, ed offrirsi di supplire il ritardatario. L'offerta, manco a dirlo, è subito, ma non senza una tal quale diffidenza, accettata. Il ben arrivato ecclesiastico sale sul pergamo e fa una orazione del seguente tenore: «Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso una, cristiani dilettissimi, che non ha l'eguale nel mondo universo: ha accordata la Bolla, per poter ogni fedele cammàrarsi, e con questo, ha pure mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto, ma che dico io aperto? spalancato il tesoro delle celesti grazie. Per questo tesoro non v'è prezzo. Eppure, se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata! Ditelo voi!... Forse cent'onze? No: figli miei; non si permette cotanto dispendio. Forse cinquanta?... Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche questo. Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile carità del Padre dei fedeli non può consentire a tanta spesa. E allora nè cento, nè cinquanta, nè venti nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un'onza. Oibò, neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto d'onza! Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente [pg!115] di mangiar carne e latticinî durante la prossima Quaresima, tanto tesoro si paga solo cinquantadue grani!....»[127].

Contro l'ammonimento consacrato nel solito cartellino attaccato alla porta delle chiese:

Se vuoi placar di Dio la maestate offesa,

Sta con silenzio e riverenza in chiesa.

uno scoppio d'ilarità risonò per le ampie volte del tempio. Il vecchio Arcivescovo Mons. Sanseverino strinse con forza le labbra; il giovane Pretore Duca di Cannizzaro sorrise con tutto l'Eccellentissimo Senato: e le quattr'onze in argento, e la risma di carta, e le penne d'oca, e le cinque bolle furono con inusitato piacere mandate fino a casa dell'arguto o semplice oratore. Egli se le era ben meritate!

Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese: e dobbiamo un chiarimento della nostra affermazione.

Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano senza numero, ed il Comune non poteva disinteressarsene. Lasciarne passare una senza concorrervi operosamente, che è quanto dire spendendo, era un'offesa alle tradizioni religiose della Città. Molte cose abbiam trovate in proposito rovistando vecchie carte d'archivio: e più volte ci è venuto sulle labbra l'antico motto: Cappiddazzu paga tuttu! Senza uscir di sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie [pg!116] per quelle delle chiese secolari e regolari la sola cera impiegata ammontava a poco men che diciotto quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di tarì 8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva la cospicua cifra di circa milledugentotre onze (Lire 15.325,50), divenuta un terzo di più nel 1808 per l'aumento di prezzo del genere. Nè c'è da sospettare di arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti e frati, perchè quella dozzina e mezza di quintali di cera era stata, come ultima ratio, ritenuta spesa obbligatoria dalla famosa Riforma governativa del 1788[128].