La frase popolare Finiri a 'nfernu di Gància attesta il tragicomico aneddoto[139].

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[CAP. VIII]

FRATI, MONACI E CONVENTI.

Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo, centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro monasteri ed i loro conventi[140].

Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S. Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù (Scolopî), di educarla (Filippini), di [pg!134] assistere i moribondi (Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non si parlava più da un pezzo.

I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava, disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della comunità.

Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del mondo.

L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci Benedettini, così dal ruvido albagio (abbràciu) si giungeva al morbido fior di lana; e dal nero perfetto [pg!135] di questi ultimi, al castagno dei Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.

La chierica unius mediocris palmae dei Minimi allargavasi fino a limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.