L'obbedienza era un'arma terribile. Per essa, dicono le male lingue, avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi l'avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa l'autorizzazione del Generale dell'ordine, il frate veniva confinato in un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda sorveglianza [pg!139] della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la Gibilmanna della Calabria.

Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale d'appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca d'un'obbedienza che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del frate. Era l'autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore dell'ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.

Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a distruggerla senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788, improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l'eco giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse [pg!140] anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d'un Generale o d'un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto, ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.

Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti anonimi, corsi manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto. Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell'Accademia degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne rimaneva dietro le quinte.

I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica ragione; e perciò li lasciamo manoscritti[143].

Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone votate al celibato e perdute per la società»[144]. Chi abbia per poco guardato l'opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe o per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, [pg!141] ad oziare, mentre non pur l'agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per manco di braccia perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a zappare o far da manuali[145].

Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel 1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo, smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M. volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la coltura di campi»[146]. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua malandata vecchiaia.

Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva un'osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime. Mentre l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se era bagnato di sudore, non grondava di lacrime. [pg!142]

L'osservazione trova appoggio nei fatti.

È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti. Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest'opera di carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie. Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni uso migliore»[147].